Il Presepe di Francesco: Un Talismano Ermetico del Cielo del Solstizio d’Inverno

Natività, artista ignoto, Abbazia dei Santi Felice e Mauro, Sant’Anatolia di Narco (Perugia)

Durante una fredda notte del 24 dicembre 1223, a Greccio, un piccolo borgo dell’Appennino in provincia di Rieti, San Francesco d’Assisi realizzò qualcosa di straordinario che avrebbe rivoluzionato l’iconografia cristiana occidentale: il primo presepe vivente della storia. Ufficialmente, la motivazione era semplice e pia: il Santo desiderava che i fedeli potessero “vedere con gli occhi del corpo” la povertà e i disagi del Bambino Gesù nascente. Tuttavia, esiste un’ipotesi affascinante che travalica la devozione convenzionale: e se Francesco, anziché rappresentare semplicemente una scena evangelica, avesse messo in scena una mappa stellare vivente, una rappresentazione terrestre della configurazione celeste del solstizio d’inverno? E, se così fosse, dove avrebbe appreso una sapienza cosmologica tanto sofisticata?

Francesco, l’Oriente e la Scoperta della Scienza Celeste

Nel 1219, San Francesco non era ancora il mistico che conosciamo dalla tradizione popolare. Quattro anni prima di Greccio, il giovane frate umbro si recò in Egitto, attraversando le linee crociate a Damietta durante la quinta crociata, per un incontro storico che avrebbe segnato per sempre la sua spiritualità. Qui incontrò il Sultano al-Malik al-Kamil, nipote del Saladino, uno dei sovrani più colti dell’epoca. L’incontro non fu un semplice episodio di intolleranza reciproca interrotta dalla carità; piuttosto, fu un dialogo tra due uomini di cultura eccezionale. La corte ayyubide era un centro di raffinatezza culturale incomparabile: gli astronomi arabi custodivano allora la scienza delle stelle, l’Ilm al-Falak, che l’Europa medievale aveva dimenticato dopo il crollo dell’Impero Romano. I saggi dell’Islam, i Sufi e gli studiosi di astronomia, avevano tradotto l’Almagesto di Tolomeo e conservavano nomi di stelle che utilizziamo ancora oggi: Aldebaran, Rigel, Altair sono tutti di origine araba.

È dunque plausibile che Francesco, mistico amante della Natura che parla di “Fratello Sole” e “Sorella Luna”, abbia partecipato a discussioni con i saggi sufi sulla geometria del cosmo? I Sufi chiamavano il cielo “il rotolo dispiegato di Dio”. Forse qualcuno gli mostrò un astrolabio o, perfino, qualcuno gli rivelò il principio ermetico che sottende la sua stessa mistica: “Come in Cielo, così in Terra”.

Tornato in Italia alcuni anni dopo, Francesco non scrisse un trattato di astroteologia. Ma individuò una grotta reale, prese animali veri, un Bambino rappresentato da una statuina, e trasformò quella notte di Greccio in una liturgia vivente.

Il Solstizio d’Inverno: L’Evento Cosmico di Tutte le Civiltà Umane

Prima di analizzare nei dettagli il presepe come talismano astronomico, è essenziale comprendere il contesto cosmico nel quale Francesco operò. Il solstizio d’inverno è uno dei momenti critici dell’anno che, da quando l’uomo ha iniziato a osservare il cielo, ha focalizzato l’attenzione di tutte le civiltà conosciute.
Il solstizio d’inverno — il giorno più corto e la notte più lunga dell’anno — rappresenta in tutte le culture il punto di morte e rinascita solare, il momento in cui il Sole, giunto al punto più basso della sua orbita apparente, sembra arrestarsi (il termine latino solstitium significa letteralmente “sole fermo”). Il Sole, però, non scompare per sempre nelle tenebre, bensì, da quella stasi lunga tre giorni, ricomincerà la sua risalita verso la Luce.
Consci di vivere un momento ricorrente del ciclo cosmico dell’universo, tutte le popolazioni umane, dalla preistoria sino ai giorni nostri, hanno costruito monumenti, templi e strutture architettoniche allineati con il sorgere del sole solstiziale.

Newgrange, Irlanda: all’alba del solstizio d’inverno un raggio di sole attraversa il roof‑box sopra l’ingresso, percorre il corridoio lungo 19 metri e accende di luce dorata la camera interna del tumulo neolitico, rinnovando da 5.000 anni il rito cosmico della morte e rinascita del Sole.

In Irlanda, il tumulo megalitico di Newgrange, costruito circa 5.000 anni fa (3.200 a.C.), quasi seicento anni prima della Grande Piramide di Giza e mille anni prima di Stonehenge, è allineato perfettamente con il sorgere del sole al solstizio d’inverno: all’alba del 21 dicembre, un raggio di sole penetra attraverso un'”apertura appositamente progettata sopra la porta e illumina la camera sepolcrale per circa 17 minuti. In Bretagna, il Cairn di Gavrinis (3.500-3.000 a.C.), coevo di Newgrange, presenta lo stesso allineamento solstiziale.

Ingresso al Cairn di Gavrinis (Francia)

Gli Egizi costruirono i loro massimi templi — Karnak, il tempio della regina Hatshepsut, Qasr Qarun — in modo tale che al solstizio d’inverno il sole nascente illuminasse il Sancta Sanctorum, il luogo più sacro, con un raggio di luce.
Gli antichi Romani festeggiavano i Saturnalia (17-23 dicembre), seguiti dalla festa del Dies Natalis Solis Invicti (il giorno della nascita del Sole Invincibile, il 25 dicembre), riconoscendo che era proprio in questo giorno, quando il Sole sembrava più debole, che esso si dimostrava “invictus” — invincibile sulle stesse tenebre.

Carn di Gavrinis (Francia): all’alba del solstizio d’inverno un raggio di sole attraversa l’ingresso, percorre il corridoio e illumina la camera interna del tumulo neolitico.

I Celti celebravano questo momento con la festa di Yule o Alban Arthuan — letteralmente “il riposo di Artù” — intorno al 21 dicembre, celebrando la morte del “Re Oscuro” e la rinascita del “Sole Bambino” dal grembo della Dea Madre.

Questa ossessione cosmologica universale testimonia un fatto profondo: le antiche civiltà non vedevano il solstizio d’inverno come una semplice curiosità astronomica, bensì come il momento sacro del rinnovamento cosmico, il punto in cui l’universo stesso si rigenerava. Secondo la mitologia universale di questi popoli, in questa notte il Vecchio Sole moriva e rinasceva come Sole Bambino, promessa di luce, calore e vita che sarebbe tornata a fertilizzare la Terra. Era la vittoria della Luce sull’Ombra, del Bene sul Male, della Vita sulla Morte.

Francesco, nel 1223, quando creò il primo presepe vivente, non inventava nulla di nuovo dal punto di vista concettuale. Stava cristianizzando una celebrazione che era già presente in tutte le civiltà umane dal primo sorgere della cultura. La Chiesa aveva già risalito al 25 dicembre la data della nascita di Gesù — che i Vangeli non specificano — proprio per allinearla al solstizio d’inverno e al culto pagano del Sol Invictus.

Francesco comprese — forse direttamente dai saggi orientali — che la rappresentazione vivente del presepe sarebbe potuto essere non soltanto un atto di pietà medievale, ma una ricreazione terrestre del mistero cosmico del solstizio, una partecipazione liturgica umana al rinnovamento annuale dell’universo stesso.

La Scena Madre: Il Cielo di Mezzanotte del Solstizio d’Inverno

Per comprendere il presepe nelle sue dimensioni cosmiche, è necessario visualizzare il cielo nella notte tra il 24 e il 25 dicembre attorno alla mezzanotte, nel cielo all’epoca della nascita di Gesù. In quel preciso istante astronomico, si verifica una configurazione geometrica sacra che si ripete da secoli (con variazioni dovute solo alla precessione degli equinozi). Il solstizio d’inverno rappresenta il momento critico dell’anno: il Sole raggiunge la sua declinazione meridionale più estrema, a Sud Est, intorno a -23,5° nell’area mediterranea, e traccia il punto più basso nella sua orbita apparente.
È il momento in cui il giorno è più corto, la notte più lunga. Ed è in questo momento preciso che Francesco sceglie di rappresentare il mistero della Incarnazione.

La Mangiatoia: L’Ammasso M44 del Cancro

Al centro della scena del presepe c’è un elemento che la tradizione considera semplicemente simbolico: la mangiatoia, “praesepe” in latino. Ma se alziamo gli occhi al cielo nella notte del solstizio d’inverno, scopriamo qualcosa di straordinario. Nella costellazione del Cancro, che a mezzanotte dominava il cielo invernale medievale, esiste l’ammasso stellare nebuloso M44, noto fin dall’antichità Ammasso del Presepe.

La costellazione del Cancro e l’ammasso M44

L’ammasso è stato descritto da Arato e Teofrasto intorno al 280 a.C. come una “piccola nube”, e Tolomeo lo definì “la massa nebulosa nel seno del Cancro”. È uno degli ammassi aperti più vicini al nostro sistema solare, a circa 600 anni luce di distanza, e contiene oltre mille stelle legate gravitazionalmente. Francesco non ha scelto una culla a caso: ha proiettato in terra proprio l’ammasso M44, trasformando una grotta dell’Appennino nel riflesso terrestre di una realtà celeste.

I Protagonisti Stellari del Presepe

Se il presepe è una mappa stellare, allora i suoi personaggi devono essere costellazioni. Analizzando i principali attori della rappresentazione del 1223 come asterismi presenti nel cielo della mezzanotte del solstizio d’inverno, la corrispondenza astronomica diventa sorprendente.

Il cielo a mezzanotte del Solstizio d’Inverno di 2.000 anni fa

Il Bambino Gesù: Il Sole al Nadir

Gesù nel presepe non è una costellazione. Gesù è il Sole stesso. Ma dove si trova il Sole a mezzanotte? È esattamente sotto i nostri piedi, al Nadir — il punto più basso, l’Imum Coeli, il fondo del cielo. In quel momento, il Sole è nel profondo della Terra, nella “Grotta Cosmica”. La teologia celeste insegna che il Bambino nasce a mezzanotte proprio perché è il momento in cui il Sole cessa di scendere (il solstizio è il punto di arresto) e ricomincia, impercettibilmente ma inesorabilmente, la sua risalita verso la luce. Il Bambino è la promessa che la luce tornerà, che non siamo condannati all’oscurità perpetua. È l’atto di fede cosmico incarnato.

La Vergine Maria: La Costellazione della Vergine all’Ascendente

Questa è forse la corrispondenza più letterale e più sconvolgente nella tesi del presepe ermetico. A mezzanotte del 25 dicembre, volgendo lo sguardo verso Est, quale costellazione sta sorgendo all’orizzonte, precisamente nel punto dell’Ascendente? La Vergine (Virgo). La costellazione della Vergine sorge dall’orizzonte orientale esattamente nel momento in cui il Sole raggiunge il Nadir.
La sincronizzazione è perfetta, quasi liturgica: mentre il Sole, il Bambino divino, è nel punto più basso della Terra, la Vergine ascende dal basso verso l’alto, “partorendo” il nuovo ciclo solare che inizierà nei mesi successivi.

La costellazione della Vergine e Boote

San Giuseppe: La Costellazione di Boote
Chi è l’uomo anziano e protettivo che nel presepe sta sempre un passo indietro a Maria, custodendo silenziosamente? Nel cielo, immediatamente “sopra” o dietro la Vergine durante quella notte, si trova la costellazione di Boote. Boote è il nome latino del Bifolco o del Pastore — raffigurato come un uomo maturo che custodisce il gregge. Per i Latini, Boote era l’Arctophylax, il “Custode o Guardiano dell’Orsa”, in riferimento all’Orsa Maggiore. Boote segue la Vergine nel suo moto celeste: è il custode silenzioso, il padre putativo che veglia sulla madre e sul bambino senza intervenire nel mistero della nascita solare.

Il Bue e l’Asinello: I Guardiani del Presepe Celeste

Tornando all’ammasso M44 nel Cancro, scopriamo un fatto straordinario: le due stelle fisse che fiancheggiano la nebulosa della Mangiatoia si chiamano Asellus Borealis (γ Cancri) — L’Asinello del Nord e Asellus Australis (δ Cancri) — L’Asinello del Sud.

Asellus Borealis (γ Cancri) e Asellus Australis (δ Cancri)

La parola latina Asellus significa proprio “asinello”. Secondo la mitologia classica, questi asini appartengono a Dioniso e Sileno, che li cavalcarono nella mitica battaglia contro i Titani. L’Asino è lì, nel cielo da sempre, a mangiare nella mangiatoia (il Presepe).

E il Bue? La costellazione del Toro sta tramontando a Ovest mentre quella della Vergine sorge a Est. La costellazione del Toro è visibile nei cieli notturni invernali. Il suo tramontare, indica l’uscita dalle stagioni delle tenebre. L’Asinello, al contrario, è legato al Sole, al ciclo estivo nel Cancro — e rappresenta il veicolo della luce. Insieme, i due animali sono gli estremi dell’anno — Estate e Inverno — che si riconciliano nella nascita del Dio durante il solstizio.

La costellazione del Toro

I Tre Re Magi: La Cintura di Orione che Punta verso Sirio
Ma il disegno celeste di Francesco non si ferma qui. Esiste ancora una corrispondenza sorprendente, che completa la mappa stellare del presepe e la trasforma in un vero e proprio talismano ermetico: i Tre Re Magi come le tre stelle della Cintura di Orione.

La costellazione di Orione e la sua Cintura

Nel cielo invernale del solstizio, la costellazione di Orione domina maestosa l’orizzonte Sud, alta e ben visibile in tutta la sua magnificenza. La sua caratteristica più distintiva sono le tre stelle di quasi uguale luminosità al centro della figura: Alnitak, Alnilam e Mintaka (ζ, ε e δ Orionis). Queste tre stelle formano quello che in astronomia si chiama la Cintura di Orione o Balteo di Orione.

Nella tradizione popolare italiana, specialmente nelle regioni dell’Italia centro-settentrionale, queste tre stelle sono chiamate da sempre con nomi evocativi e significativi: “i Tre Re”, “i Re Magi”, oltre che “il rastrello”, “i tre mercanti”, “i bastoni”. Il nome “Tre Re” è attestato nella tradizione contadina italiana come la denominazione più antica e diffusa per questo asterismo, visibile proprio durante le festività natalizie.

Ma perché Francesco avrebbe dovuto rappresentare i Magi proprio attraverso queste tre stelle? La risposta sta in una geometria celeste ancora più profonda e simbolicamente potente. Le tre stelle della Cintura di Orione, se prolungate in linea retta verso Sud-Est, puntano esattamente alla stella più luminosa del cielo notturno: Sirio (α Canis Majoris).

Questo allineamento è talmente evidente e riconoscibile che viene utilizzato universalmente dagli astronomi e dagli appassionati di astronomia per individuare Sirio nel cielo: basta prolungare la linea delle tre stelle della Cintura verso il basso (verso Sud-Est) e si arriva direttamente alla brillantissima Sirio, che risplende con una luce bianco-azzurra inconfondibile. “Le tre stelle della Cintura di Orione ci guidano verso la più luminosa stella del firmamento”, scrivono gli astronomi moderni.

L’allineamento delle tre stelle della Cintura di Orione con la stella Sirio

La Levata Eliaca di Sirio e l’Alba del Solstizio

Ma c’è di più. Nel periodo del solstizio d’inverno, Sirio assume un significato cosmologico particolare. Nell’antico Egitto, la levata eliaca di Sirio (cioè la sua prima apparizione all’alba appena prima del sorgere del Sole, dopo un periodo di invisibilità) era l’evento astronomico più importante dell’anno. Questa stella, che gli Egizi chiamavano Sothis e identificavano con la dea Iside, annunciava l’inondazione del Nilo e l’inizio del nuovo anno.

Al solstizio d’inverno, Sirio si trova in una posizione particolare: sorge a Sud-Est, esattamente nel settore dell’orizzonte dove, qualche ora dopo, sorgerà anche il Sole all’alba del solstizio. Il punto di levata del Sole al solstizio d’inverno raggiunge la sua massima amplitudine ortiva Sud — cioè la massima distanza verso Sud rispetto al punto cardinale Est. E proprio in quella direzione, proprio a quella latitudine celeste, si trova Sirio, precedendo di poco il sorgere del Sole bambino, del Sol Invictus.

Sirio, dunque, diventa la stella-guida che precede e annuncia la nascita del Sole nuovo, il Sole del solstizio che riprende la sua ascesa verso l’alto dopo aver toccato il punto più basso. E chi guida Sirio verso la Luce del Mondo? I Tre Re — le tre stelle della Cintura di Orione — che, perfettamente allineate con Sirio, puntano verso il luogo esatto dove il nuovo Re, il Sole Bambino, farà la sua apparizione all’alba.

Dettaglio dell’Adorazione dei Magi. Mosaici della Basilica di Sant’Apollinare in Classe (Ravenna)

La simbologia è potentissima e potrebbe essere la corretta interpretazione astronomica del racconto evangelico: i Magi vengono da Oriente (e Orione sorge appunto a Est), seguono una stella (Sirio, la più luminosa del cielo), e questa stella li conduce al luogo dove è nato il Re (il punto di levata del Sole al solstizio d’inverno). La tradizione identifica i Magi proprio come astrologi provenienti dalla Persia, cultori dell’osservazione celeste e della scienza delle stelle. Francesco, informato dai saggi orientali, potrebbe aver compreso questa corrispondenza e averla incorporata nel suo presepe vivente.

Il Talismano Ermetico: Dalla Teoria alla Pratica Vivente

Un talismano, nella tradizione ermetica e cabalistica, è un oggetto o una configurazione che incarna e concentra le energie cosmiche e spirituali di realtà superiori, canalizzandole verso il piano terrestre. Francesco, leggendo nelle profondità della sua esperienza mistica l’insegnamento ermetico “Come in cielo, così in Terra”, trasformò una notte reale, in un luogo reale, con esseri viventi, in una riproduzione vivente della mappa stellare. Il presepe di Greccio è un talismano celeste, un’immagine magica incarnata.

Nel momento in cui i frati cantavano le laudi, nel momento in cui la folla vegliava nella grotta fredda dell’Appennino, stavano partecipando inconsapevolmente (ma questo non ha importanza per la scienza ermetica) a una liturgia stellare vivente, a una riproduzione terrestre dei movimenti del cielo.

Le Coincidenze come gli Indizi: Verso una nuova consapevolezza

Qui si pone una domanda al lettore: quando le coincidenze si accumulano fino a formare un disegno coerente, quando gli “indizi” si moltiplicano oltre la casualità, diventano una “prova”?

Francesco non ha lasciato scritti che dichiarino esplicitamente: “Ho creato il presepe come mappa stellare in conformità ai principi ermetici appresi presso il Sultano d’Egitto”. Mancano le testimonianze documentali. Eppure, vi è una sincronicità, una serie di coincidenze significative, che porta a suggerire che esiste una connessione tra eventi che non è riducibile alla semplice causalità lineare. Quando le coincidenze si accumulano e formano un disegno coerente, come in un puzzle che si completa, suggeriscono l’esistenza di una intelligenza sottesa — che sia quella di Francesco consapevolmente operante, oppure quella di un principio cosmico più ampio che lavora attraverso di essa.

Conclusione: La domanda che rimane

Durante le festività natalizie Natale, quando osserverete il presepe nelle vostre case — che sia fatto di gesso, di ceramica, di legno o di cartapesta — sappiate che potreste aver composto un piccolo planetario, una liturgia domestica con i cicli cosmici che hanno affascinato e guidato donne e uomini come voi, dalla preistoria ai giorni nostri.

Chissà, forse Francesco ci sta sussurrando ancora, attraverso il Presepe di Greccio: “Voglio vedere. Voglio portare il Cielo sulla Terra.”

E forse, in quella fredda notte del 1223, mentre le tre stelle di Orione brillavano alte nel cielo meridionale puntando verso Sirio, mentre la Vergine sorgeva a Est, mentre il Sole toccava il suo punto più basso nel profondo della Terra, Francesco ha compiuto uno degli atti magici più perfetti della storia occidentale: ha reso visibile l’invisibile, ha materializzato il cielo sulla terra, ha creato un talismano vivente che ancora oggi, ogni Natale, ripetiamo nelle nostre case, perpetuando una liturgia cosmica che collega l’umano al divino, la Terra al Cielo, e che ci ricorda che siamo parte di un ordine cosmico eterno che si rinnova ogni anno nel momento del solstizio d’inverno.

From the Foundations of Notre-Dame to Krampus: The Cosmogonic Myth of Ordo ab Chao

A Pagan God in the Heart of Christianity
Few would expect to find the roots of Celtic paganism buried in the heart of Christianity. Yet, in the last century, excavations in the square in front of Notre-Dame Cathedral in Paris revealed precisely this: two bas-reliefs of ancient Gallic deities, Cernunnos, the horned god lord of nature, and Hesus, his martial counterpart.

Image of Cernunnos from the Pilier des nautes (“Boatmen’s Pillar”), Paris.


History, as we know, loves irony. And it’s difficult to imagine a more biting irony than that of a temple of Christianity, the symbol par excellence of the submission of paganism, revealing in its immediate vicinity the traces of those very deities it believed it had erased.
This discovery is not simply an archaeological anecdote, but the starting point for a broader reflection. Pre-Christian myths did not simply disappear. To survive the tide of the new dominant faith, they had to mix, camouflage themselves, and transform, insinuating themselves into the folds of new traditions. In this article, we will follow the traces of one of these archetypal figures, that of the Horned God. A journey that will take us from the Gallo-Roman foundations of Paris to the frightening masks of Alpine folklore, connecting the Celtic god Cernunnos to the figure of Krampus. A path that reveals the universal cosmological meaning of the passage from chaos to order, a rite that humanity has celebrated since time immemorial.

The Discovery at Notre-Dame: Who is Cernunnos?
During archaeological excavations carried out starting in the 1960s in the square in front of Notre-Dame Cathedral in Paris, bas-reliefs depicting Gallic deities were found. Among these, the figure of Cernunnos stood out. The iconography of the bas-relief represents him as a Celtic male deity equipped with horns (or more precisely antlers), a powerful symbol that indissolubly links him to nature, the pagan world, and an ancient and primordial spirituality.
The location of the discovery, Île de la Cité, is not accidental. This was the beating heart of Lutetia, the settlement founded in the 3rd century BC by the Gallic tribe of the Parisii, long before the Roman conquest redrew the cultural and religious map of Gaul. The presence of an effigy of Cernunnos testifies to the importance of his cult in an era when the sacred and the wild were still deeply intertwined.


Deep Roots: Man, Animal, and the Divine
To understand a figure like Cernunnos, it is necessary to take a leap back in time, to the Upper Paleolithic (40,000-15,000 years ago). In the deep European caves, such as Chauvet in France, our ancestors left extraordinary testimonies of their worldview: walls decorated with countless animal figures. This was not simply a love of art, but the expression of a precise conception of reality, which we might call “animistic ontology.”

God Cernunnos with praying figure – Valcamonica (Brescia)

Present both among Paleolithic hunters and among Amerindian peoples, this worldview presupposes that all living beings, human and non-human, share the same inner subjectivity, distinguishing themselves only by their bodily “envelope.” Consequently, “changing skin” means transforming into another being. This ability to change form was attributed to specialized figures such as shamans, capable of traveling between worlds and acquiring the qualities of animals. It is in this cosmological humus, where the boundary between man and animal is fluid and permeable, that archetypal figures like Cernunnos take root, the ‘Lord of Animals’ whose hybrid form is not monstrous, but an expression of shamanic power to mediate between worlds.


The Ritual of Chaos: Festivals and Masks to Refound Order
Zoo-anthropomorphic figures do not only populate myths but erupt into social life through specific rituals. Many popular festivals, in fact, represented the establishment of a “tempus terribile,” a controlled irruption of primordial chaos that preceded a refounding of cosmic and social order. Through ritual disorder, the community regenerated itself.
A striking example are the ceremonial masked parades of Carnival (Schembartlauf) that took place in Nuremberg between the 15th and 16th centuries. Participants in these processions embodied the mythical figure of the “Wild Man”: they wore animal horns, garments made of goat or sheep skin, and girded their waists with noisy bells. These hybrid figures, halfway between man and beast, brought chaos into the orderly streets of the city, only to be ritually defeated, thus restoring order. This ritual overturning was not a simple festival, but a fundamental social mechanism to reaffirm community norms through their temporary and controlled violation. These same characteristics would be found, almost unchanged, in Alpine masked parades of subsequent centuries.

Nuremberg’s Schembart Carnival

The Surviving Horned God: Saint Nicholas and Krampus
This tradition of horned and wild figures bringing disorder has survived to the present day, camouflaged in Christian folklore. Krampus, now known as the terrifying companion of Saint Nicholas, existed in pagan and Celtic traditions long before the advent of Christianity. He was a frightening figure who appeared during the passage from the “living” to the “dark” season of the year, embodying the forces of winter chaos.

According to a folk tale widespread in the Alpine area, his “Christianization” occurred as follows: in an era of great famine, shady characters disguised with animal skins and horns plundered mountain villages. Local folklore narrates that among them was hidden the devil himself, recognizable only by his goat hooves. It was then that Bishop Nicholas (the future Saint Nicholas) intervened, who with his spiritual authority managed to exorcise the demon and subjugate him to his will, transforming him from a destructive force into an instrument of justice.

This folkloric narrative serves as a founding myth for the tradition still alive today in Austria, South Tyrol, Friuli Venezia Giulia, and Istria. On the night between December 5th and 6th, Saint Nicholas brings gifts to good children, while his retinue of Krampuses, chained and tamed devils, has the task of frightening and punishing those who have behaved badly. The domestication of Krampus by Saint Nicholas represents a classic example of religious syncretism, in which a liminal figure, embodiment of the untamed forces of nature, is not erased but subsumed and re-functionalized within the new Christian moral system. Chaos is not eliminated but hierarchically subordinated to order.


If We Know How to Listen, Myths Still Speak
Pre-Christian myths are not dead; they have simply transformed, finding a way to survive within new dominant traditions. Our journey demonstrates this: we started from the Celtic god Cernunnos, whose traces rest beneath the square of Notre-Dame, we crossed the classical world populated by satyrs and wild deities, we witnessed the chaotic masked parades of carnival, and finally arrived at Krampus, the pagan demon “domesticated” by a Christian saint.
The final proof of this survival through transformation lies in the fate of the very idea of contamination between the human and animal world. Once considered sacred, an expression of the fluidity of the cosmos, with the advent of Christianity and the subsequent persecution of witchcraft, this permeability between the spheres of the living was definitively relegated “to the realm of the demonic and magical.” Yet, if we know how to listen, these ancient figures still speak. From the deer-god to the hairy demon, their whispers tell us of a primordial bond with nature, of a time when chaos was not only to be feared but also celebrated in order to refound order. One need only lend an ear beyond the patina of more recent traditions to hear how, from the foundations of a Gothic cathedral, a horned god continues to whisper his eternal story.

Dalle fondamenta di Notre-Dame al Krampus. Il mito cosmogonico dell’Ordo ab Chao.

Un Dio Pagano nel Cuore della Cristianità
Pochi si aspetterebbero di trovare le radici del paganesimo celtico sepolte nel cuore della cristianità. Eppure, nel secolo scorso, gli scavi nel sagrato della cattedrale di Notre-Dame a Parigi hanno restituito proprio questo: due bassorilievi di antiche divinità galliche, Cernunnos, il dio cornuto signore della natura, e Hesus, una sua controparte marziale.

Immagine di Cernunnos dal Pilier des nautes (“Pilastro dei barcaioli“), Parigi.

La storia, si sa, ama l’ironia. Ed è difficile immaginare un’ironia più sferzante di quella di un tempio della cristianità, simbolo per eccellenza della sottomissione del paganesimo, che rivela nelle sue immediate vicinanze le tracce di quelle divinità che credeva di aver cancellato.
Questa scoperta non è un semplice aneddoto archeologico, ma il punto di partenza per una riflessione più ampia. I miti precristiani, infatti, non sono semplicemente scomparsi. Per sopravvivere alla marea della nuova fede dominante, hanno dovuto mescolarsi, mimetizzarsi e trasformarsi, insinuandosi nelle pieghe delle nuove tradizioni. In questo articolo seguiremo le tracce di una di queste figure archetipiche, quella del Dio Cornuto. Un viaggio che ci porterà dalle fondamenta gallo-romane di Parigi fino alle spaventose maschere del folklore alpino, collegando il dio celtico Cernunnos alla figura del Krampus. Un percorso che svela il significato cosmologico universale del passaggio dal caos all’ordine, un rito che l’umanità celebra da tempo immemore.

La Scoperta a Notre-Dame: Chi è Cernunnos?
Durante gli scavi archeologici effettuati a partire dagli anni ’60 nel sagrato antistante la cattedrale di Notre-Dame a Parigi, sono stati rinvenuti dei bassorilievi raffiguranti divinità galliche. Tra queste, spiccava la figura di Cernunnos. L’iconografia del bassorilievo lo rappresenta come una divinità maschile celtica dotata di corna (o più precisamente di palchi, antlers), un simbolo potente che lo lega indissolubilmente alla natura, al mondo pagano e a una spiritualità antica e primordiale.
Il luogo del ritrovamento, l’Île de la Cité, non è casuale. Questo era il cuore pulsante di Lutetia, l’insediamento fondato nel III secolo a.C. dalla tribù gallica dei Parisii, molto prima che la conquista romana ridisegnasse la mappa culturale e religiosa della Gallia. La presenza di un’effigie di Cernunnos testimonia l’importanza del suo culto in un’epoca in cui il sacro e il selvaggio erano ancora profondamente intrecciati.

Le Radici Profonde: L’Uomo, l’Animale e il Divino
Per comprendere una figura come Cernunnos, è necessario fare un balzo indietro nel tempo, fino al Paleolitico Superiore (40.000-15.000 anni fa). Nelle profonde grotte europee, come quella di Chauvet in Francia, i nostri antenati hanno lasciato testimonianze straordinarie della loro visione del mondo: pareti istoriate con innumerevoli figure di animali. Questo non era semplice amore per l’arte, ma l’espressione di una precisa concezione della realtà, che potremmo definire “ontologia animistica”.

Dio Cernunnos con figura in preghiera – Valcamonica (Brescia)

Presente tanto tra i cacciatori paleolitici quanto tra i popoli amerindiani, questa visione del mondo presuppone che tutti gli esseri viventi, umani e non, condividano la stessa soggettività interiore, distinguendosi solo per il loro “involucro” corporeo. Di conseguenza, “cambiar pelle” significa trasformarsi in un altro essere. Questa abilità di mutare forma era attribuita a figure specializzate come gli sciamani, capaci di viaggiare tra i mondi e acquisire le qualità degli animali. È in questo humus cosmologico, in cui il confine tra uomo e animale è fluido e permeabile, che affondano le radici di figure archetipiche come Cernunnos, il ‘Signore degli Animali’ la cui forma ibrida non è mostruosa, ma espressione di un potere sciamanico di mediazione tra i mondi.

Il Rito del Caos: Feste e Maschere per Rifondare l’Ordine
Le figure zoo-antropomorfe non popolano solo i miti, ma irrompono nella vita sociale attraverso rituali specifici. Molte feste popolari, infatti, rappresentavano l’instaurazione di un “tempus terribile”, un’irruzione controllata del caos primordiale che preludeva a una rifondazione dell’ordine cosmico e sociale. Attraverso il disordine rituale, la comunità si rigenerava.
Un esempio lampante sono le mascherate cerimoniali di Carnevale (Schembartlauf) che si svolgevano a Norimberga tra il XV e il XVI secolo. I partecipanti a questi cortei incarnavano la figura mitica del “Selvaggio”: indossavano corna di animali, abiti fatti di pelle di capra o pecora e si cingevano i fianchi di rumorosi campanacci. Queste figure ibride, a metà tra l’uomo e la bestia, portavano il caos nelle strade ordinate della città, per poi essere ritualmente sconfitte, ristabilendo così l’ordine. Questo capovolgimento rituale non era una semplice festa, ma un meccanismo sociale fondamentale per riaffermare le norme comunitarie attraverso la loro temporanea e controllata violazione. Queste stesse caratteristiche si ritroveranno, quasi immutate, nelle mascherate alpine dei secoli successivi.

Schembartlauf di Norimberga

Il Dio Cornuto Sopravvissuto: San Nicolò e il Krampus
Questa tradizione di figure cornute e selvagge che portano il disordine è sopravvissuta fino ai giorni nostri, mimetizzandosi nel folklore cristiano. Il Krampus, oggi noto come il terrificante compagno di San Nicolò, esisteva nelle tradizioni pagane e celtiche ben prima dell’avvento del cristianesimo. Era una figura paurosa che appariva durante il passaggio dalla stagione “viva” a quella “buia” dell’anno, incarnando le forze del caos invernale.

Secondo un racconto popolare diffuso in area alpina, la sua “cristianizzazione” avvenne in questo modo: in un’epoca di grande carestia, loschi figuri travestiti con pelli e corna di animali depredavano i villaggi di montagna. Il folklore locale narra che tra di loro si nascondeva il diavolo in persona, riconoscibile solo dai suoi zoccoli caprini. Fu allora che intervenne il vescovo Nicola (il futuro San Nicolò), che con la sua autorità spirituale riuscì a esorcizzare il demone e a sottometterlo al proprio volere, trasformandolo da forza distruttiva a strumento di giustizia.

Questa narrazione folkloristica funge da mito di fondazione per la tradizione ancora oggi viva in Austria, in Alto Adige, in Friuli Venezia Giulia e in Istria. Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre, San Nicolò porta i doni ai bambini buoni, mentre il suo seguito di Krampus, diavoli incatenati e domati, ha il compito di spaventare e punire quelli che si sono comportati male. L’addomesticamento del Krampus da parte di San Nicolò rappresenta un classico esempio di sincretismo religioso, in cui una figura liminale, incarnazione delle forze indomite della natura, non viene cancellata ma sussunta e ri-funzionalizzata all’interno del nuovo sistema morale cristiano. Il caos non è eliminato, ma gerarchicamente subordinato all’ordine.

Se Sappiamo Ascoltare, i Miti Parlano Ancora
I miti precristiani non sono morti; si sono semplicemente trasformati, trovando il modo di sopravvivere all’interno delle nuove tradizioni dominanti. Il nostro viaggio lo dimostra: siamo partiti dal dio celtico Cernunnos, le cui tracce riposano sotto il sagrato di Notre-Dame, abbiamo attraversato il mondo classico popolato da satiri e divinità selvagge, abbiamo assistito alle mascherate caotiche del carnevale e siamo infine giunti al Krampus, il demone pagano “addomesticato” da un santo cristiano.
La prova finale di questa sopravvivenza per trasformazione sta nel destino stesso dell’idea di contaminazione tra mondo umano e animale. Un tempo considerata sacra, espressione della fluidità del cosmo, con l’avvento del cristianesimo e la successiva persecuzione della stregoneria, questa permeabilità tra le sfere del vivente venne definitivamente relegata “nell’ambito del demoniaco e del magico”. Eppure, se sappiamo ascoltare, queste antiche figure parlano ancora. Dal dio-cervo al demone peloso, i loro sussurri ci raccontano di un legame primordiale con la natura, di un tempo in cui il caos non era solo da temere, ma anche da celebrare per poter rifondare l’ordine. Basta solo prestare orecchio oltre la patina delle tradizioni più recenti, per sentire come, dalle fondamenta di una cattedrale gotica, un dio cornuto continui a sussurrare la sua eterna storia.