L’ ULTIMO BERNINI E’ IL “SALVATOR MUNDI” (di Pina Baglioni)

“Nel giugno del 1654, a soli 24 anni, la regina Cristina di Svezia decise di abdicare e, tra l’orrore di tutta l’Europa Protestante, dichiarò di volersi convertire al Cattolicesimo e trasferire a Roma. Tra Cristina e Gian Lorenzo Bernini nacque una profonda amicizia. Di Bernini una volta ebbe a dire: “chiunque non lo stimi non è degno di stimare se stesso”. La loro amicizia sarebbe durata fino alla morte dell’artista nel 1680 quando Bernini avrebbe chiesto solo a Cristina di recarsi al suo capezzale e di pregare per la sua anima.” (tratto da L’Eresia Vaticana di R. Bauval, C. Dainelli, S. Zicari)

“L’interrogò il suo confessore sopra lo stato di quiete dell’anima sua, e se egli [Bernini] si sentiva scrupoli; rispose: ”Padre mio, io ho da render conto ad un Signore, che per sua sola bontà non guarda in mezzi baiocchi…” (dalla Biografia di G.L. Bernini di Domenico Bernini)

Cristo Salvatore di G.L. Bernini (Basilica S. Sebastiano, Roma)

Cristo Salvatore di G.L. Bernini (Basilica S. Sebastiano, Roma)

 

Con le spalle avvolte da un manto che ha l’effetto del raso, il bellissimo volto incorniciato da fluenti capelli e la mano destra «benedicente», un busto di marmo raffigurante il Signore se ne sta nascosto nell’oscurità di una nicchia. Ricavata nel muro di un piccolo ingresso nel convento di San Sebastiano fuori le Mura, lungo la via Appia antica a Roma.

Sembra che non si tratti di una statua qualsiasi. Grazie a fortunate coincidenze, accadute nell’agosto del 2001, alcuni storici dell’arte vi hanno riconosciuto il Salvator mundi, l’ultima opera di Gian Lorenzo Bernini, il «gran regista del barocco», l’artista “globale” capace di ammonire chiunque con un perentorio: «Non parlatemi di niente di piccolo». Che però «alla fine della sua straordinaria esistenza», scrive Claudio Strinati, specialista del Seicento romano, nonché soprintendente ai Beni artistici e storici di Roma, «chiude la sua parabola in una muta meditazione ». Tanto da realizzare «per sua devotione» un bellissimo busto di Cristo considerato affettuosamente dal vecchio artista il suo “Beniamino”.

Ma alla fine del XVII secolo quest’opera straordinaria scompare. In oltre trent’anni di studi, almeno dal 1972, più di una volta s’è avuta la convinzione di essere giunti al suo ritrovamento. E così il percorso, terminato davanti alla soglia del convento romano di San Sebastiano, è stato piuttosto tortuoso. Nel febbraio scorso il Salvator mundi è stato esposto per la prima volta come autentico del Bernini nella mostra “Velázquez, Bernini, Luca Giordano. Le corti del Barocco” presso le Scuderie del Quirinale di Roma. A mostra conclusa, il busto raffigurante Cristo ha fatto ritorno nella sua oscura e solitaria dimora dell’Appia antica, di nuovo sottratto allo sguardo dei più.

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Studio per il Cristo Salvatore di G.L. Bernini

Quando e perché Gian Lorenzo Bernini scolpì il Salvator mundi? «… Et adesso […] corre l’anno 82 della sua età […] con ottima salute havendo operato in marmo sino all’anno 81 , quale terminò con un suo Salvatore per sua devotione». Questo racconta una biografia berniniana, compilata nel 1680 dal figlio dell’artista Pier Filippo e conservata presso la Biblioteca nazionale di Parigi. Il riferimento, per la prima volta preso in considerazione negli studi sul Salvatore, è stato gentilmente anticipato a 30Giorni dall’architetto Francesco Petrucci, conservatore di Palazzo Chigi di Ariccia, una località a pochi chilometri da Roma. Il nuovo documento è inserito nell’articolo di Petrucci intitolato Il busto del Salvatore di Gian Lorenzo Bernini: un capolavoro ritrovato, di prossima pubblicazione sul Bollettino d’Arte. Bernini dunque muore a ottantadue anni, il 28 novembre del 1680, e scolpisce la statua un anno prima. In un’altra biografia, quella redatta da Filippo Baldinucci nel 1682, si sostiene che la statua fosse stata realizzata per la regina Cristina di Svezia ma che questa, pur apprezzandola, la rifiutò per il fatto di non poter donare al Bernini un oggetto di egual valore. Alla morte dell’artista, Cristina ricevette comunque in eredità il Salvator mundi. Scrive il Baldinucci che l’artista in quell’ultimo periodo della sua vita, dedito «più al conseguimento degli eterni riposi, che all’accrescimento di nuova gloria mondana […] si pose con grande studio a effigiare […] il nostro Salvator Gesù Cristo, opera che siccome fu detta da lui il suo Beniamino, così anche fu l’ultima che desse al mondo la sua mano […] in questo Divino Simulacro pose egli tutti gli sforzi della sua cristiana pietà». E ancora da un’altra biografia di suo figlio Domenico, edita nel 1713, sappiamo che «ormai prossimo il Cavaliere alla morte […] volle illustrar sua vita […] con rappresentare un’opera […] che termina con essa i suoi giorni. Questa fu l’Immagine del nostro Salvatore in mezza figura, ma più grande del naturale, colla mano destra alquanto sollevata, come in atto di benedire. In essa compendiò e restrinse tutta la sua Arte».

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Dettaglio del Salvator mundi, G. L. Bernini, 1679

Attorno alla metà del III secolo la topografia del luogo venne letteralmente sconvolta: la piazzola venne totalmente interrata con una colmata di terra e si creò un nuovo grande spazio in piano ad un livello superiore rispetto a quello dei mausolei. In questa fase venne creata la triclia, era un ambiente coperto, al quale si accedeva da una piccola scala, formato da una grande sala porticata, dotata di un bancale addossato alla parete di fondo.

La scultura fu dunque lasciata in eredità alla regina Cristina di Svezia, grande amica del Bernini. La regina, che morì nel 1689, la lasciò a sua volta in eredità a papa Innocenzo XI Odescalchi. L’ultimo “avvistamento” del Salvator mundi risale, secondo Francesco Petrucci, al 1773, e non al 1713, come sostenuto nei vari studi sull’argomento: da recenti ricerche realizzate presso l’archivio della famiglia Odescalchi, l’opera risulta citata nella Perizia Odescalchi ancora il 16 gennaio del 1773. Poi, sulla celebre statua, cala definitivamente il sipario. Uniche tracce del capolavoro, uno Studio per il Busto del Salvatore, dello stesso Bernini, conservato all’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma, nel Fondo Corsini, e una copia commissionata, non si sa a chi, dal francese Pierre Cureau de la Chambre, un amico del Bernini conosciuto sin dal suo soggiorno parigino del 1665. […] .

[…]A rompere gli indugi, in grande fretta, e ad affermare senza riserve che il busto originale del Bernini era proprio quello del monastero sull’Appia antica è Irving Lavin , un anno dopo. Sconfessando quanto aveva affermato nel ’72, e cioè che il Salvator mundi originale fosse quello ritrovato a Norfolk, in Virginia. Nel 2003 infatti, nel saggio La mort de Bernin: vision de rédemption inserito nel catalogo della mostra Baroque vision jésuite. Du Tintoret à Rubens, (Somogy, Paris 2003, pp. 105-19), a proposito del Salvator mundi Lavin scrive: «L’originale di questa celebre opera, conosciuto grazie a un certo numero di studi preparatori e a varie copie, è stato considerato perduto da molti anni […] Questa scultura […] è stata ritrovata recentemente nella sacrestia della cappella di papa Clemente XI Albani (1700-1721) a San Sebastiano fuori le Mura». A questo punto, il caso della “paternità” del Salvator mundi, sembrerebbe risolto. Indipendentemente da questo, la storia del Salvator mundi restituisce un’immagine di Gian Lorenzo Bernini inedita, commovente: quella di un uomo potentissimo che ebbe in mano Roma per oltre mezzo secolo, amato, ammirato, vezzeggiato da ben quattro papi, decine di cardinali, addirittura dal Re Sole. E che alla fine della vita volle fare un’unica cosa: scolpire l’immagine di Gesù, il suo Beniamino. Per «sua devozione». (Pina Baglioni)

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“La Divina Sapienza” a Palazzo Barberini a Roma. Un Talismano ermetico per il papa?”

di

Sandro Zicari e Robert Bauval

 

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La sala dell’affresco a Palazzo Barberini a Roma

Tra il 1628 e il 1633 il cardinale Francesco Barberini, nipote di papa Urbano VIII, commissiona ad Andrea Sacchi, un artista pressoché sconosciuto negli ambienti del Barocco romano, la realizzazione di un affresco a Palazzo Barberini al Quirinale a Roma. Per la costruzione e le decorazioni del Palazzo sono stati già chiamati i migliori artisti dell’epoca come Carlo Maderno, Gian Lorenzo Bernini, Francesco Borromini e Pietro da Cortona.

Sono gli anni della Controriforma, dell’Inquisizione e degli Ordini religiosi sorti per difendere il Cattolicesimo in Europa. Negli stessi anni Galileo Galilei viene accusato, processato e costretto ad abiurare le teorie eliocentriche dal Sant’Uffizio.

Quanti sono i livelli di significato dell’affresco di Andrea Sacchi? Chi è il misterioso “sconosciuto erudito romano” che, secondo lo storico F. HASKELL, suggerisce all’artista il tema e la composizione dell’affresco?

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Robert Bauval e Sandro Zicari davanti a Palazzo Barberini

La lettura iconografica dell’affresco

Nel 1923, lo studioso Giovanni Incisa della Rocchetta scopre nell’Archivio della Biblioteca Barberiniana il documento più antico che tratta della commissione dell’opera e del soggetto. La fonte di ispirazione per il tema è il Libro della Sapienza.

Il Libro della Sapienza è un testo contenuto nella Bibbia cristiana ma non accolto nella Bibbia di religione ebraica. Inoltre, come gli altri libri deuterocanonici, il Libro della Sapienza è presente nella tradizione della Chiesa cattolica e ortodossa, ma non nella tradizione protestante. È scritto in lingua greca e redatto ad Alessandria d’Egitto. La prima tradizione cristiana lo attribuisce direttamente al saggio e mitico re Salomone.

La Divina Sapienza è raffigurata al centro dell’affresco come una donna seduta in trono; alle sue spalle splende il sole dell’alba; nella mano destra regge uno scettro con l’occhio di Dio con cui illumina la sfera terrestre, nella sinistra lo specchio simbolo della Prudenza. Sul seno della Sapienza appare un piccolo sole che, insieme alle api che decorano il trono, compongono i simboli della famiglia Barberini.

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L’affresco de ‘La Divina Sapienza’ di Andrea Sacchi

 

La donna è attorniata da undici figure femminili che simboleggiano le sue virtù: la Nobiltà con la corona di Arianna, la Giustizia con la bilancia, la Fortezza con la clava, l’Eternità con il serpente, la Soavità con la lira, la Divinità con il triangolo, la Magnanimità con la spiga di grano, la Bellezza con la chioma di Berenice, la Perspicacia con l’aquila, la Purezza con il cigno, la Santità con la croce e l’altare. Nel cielo appaiono due arcieri alati: il primo sul leone rampante, che rappresenta l’Amore di Dio, mentre il secondo, sulla lepre simboleggia il Timore di Dio.

La Dea dai mille nomi

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La Dea Minerva (I sec. a. C.) – Musei Vaticani

 

La composizione dell’affresco ha come protagonista la Divina Sapienza, impersonificata dalla dea Minerva, l’Atena romana, la Vergine Celeste. Ma né Minerva, né tantomeno Atena, nell’iconografia classica, sono rappresentate sedute su di un trono tra due leoni, bensì in piedi, mentre reggono in una mano uno scudo e nell’altra una lancia.

Chi è allora la figura rappresentata nell’affresco?

I primi decenni del Seicento sono gli anni dei grandi progetti di abbellimento di Roma, degli imponenti interventi edilizi che interessano tutta la città, delineandone il volto barocco che tutt’oggi milioni di turisti possono ammirare.

Durante le operazioni di sbancamento per le fondamenta del Collegio Romano, la sede dell’Ordine dei Gesuiti, riemergono i resti del famoso e immenso tempio di Iside Campense in Campo Marzio, costruito sotto imperatore Caligola (12-41 d.C.).

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La Facciata del Tempio di Iside Campense a Roma

Suscita grande interesse una tavola in bronzo intarsiato, nota come la Mensa Isiaca del Cardinal Bembo (oggi esposta al Museo Egizio di Torino). Il gesuita Athanasius Kircher la studia accuratamente e ne tenta la decifrazione dei geroglifici. La dea Iside è rappresentata al centro della Tavola seduta su di un trono con ai lati due leoni. La stessa rappresentazione della Divina Sapienza dell’affresco del Sacchi.

La Tradizione Egizia riemerge dalle profondità dimenticate del suolo della Roma cattolica del diciasettesimo secolo.

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La Tavola Bembo (Museo Egizio di Torino)

 

La Divina Sapienza nell’affresco è rappresentata nell’atto di illuminare con il proprio scettro la porzione del globo terrestre corrispondente all’area del mare mediterraneo: l’Italia eredita la Tradizione Ermetica proveniente dall’Antico Egitto.

 

Papa Urbano VIII Barberini

 

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Ritratto di papa Urbano VIII Barberini

 Il 19 luglio 1623, undici giorni dopo la morte di Gregorio XV, iniziò il conclave per l’elezione del nuovo pontefice.

L’elezione si delineò particolarmente difficile perché dei cinquantacinque cardinali che parteciparono al conclave, una quindicina erano stimati papabili.

Dopo diciassette giorni di inutili scrutini e mentre diventava insopportabile l’afa estiva accompagnata da una febbre infettiva che si diffuse fra i conclavisti, si concretizzò finalmente un possibile compromesso.

La mattina del 6 agosto si arrivò alla quasi unanime elezione del cardinale Maffeo Vincenzo Barberini. Immediatamente dopo il conclave però, Urbano VIII fu colpito, per molte settimane, dalla stessa malattia infettiva di cui, di lì a poco, morirono quasi quaranta dei cinquantacinque conclavisti.

Il papa teme per la sua vita a causa delle predizioni astrologiche circa la sua morte in coincidenza di un eclissi solare. La Spagna, da cui arrivano tali predizioni, aveva già inviato a Roma una delegazione di cardinali affinchè fossero preparati al prossimo conclave. Secondo tali profezie il papa sarebbe dovuto morire sotto gli influssi delle eclissi lunare del gennaio 1628 o di quella solare del dicembre 1828 oppure infine durante l’eclissi solare del giugno 1630.

 

Tommaso Campanella e la magia ermetico-astrologica

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Ritratto di Tommaso Campanella

 

Tommaso Campanella nasce a Stilo, in Calabria, nel 1568. Entra a 14 anni nell’Ordine dei domenicani. La sua indole lo porta, sei anni più tardi, a rifiutare la cultura dottrinale dell’Ordine. Nel 1591 pubblica il suo primo libro, Philosophia sensibus demonstrata, a difesa del naturalismo di Telesio. Il libro gli costa l’accusa di eresia e un anno di carcere. Campanella va a Roma, a Firenze e a Padova, dove conosce Galileo Galilei e ne rimane profondamente colpito. Passa quasi trent’anni di vita tra galere e torture, accusato di sodomia, di eresia e di rivolta contro lo Stato spagnolo.

Nel giugno del 1626 a Campanella accade qualcosa al limite del miracoloso. Per ordine di papa Urbano VIII, viene fatto scarcerare e portato a Roma. Negli anni della prigionia Campanella ha continuato a scrivere e a pubblicare. Il suo libro “La città del Sole” è un best seller conosciuto in tutta Europa. E scrive il trattato De Siderali Fato Vitando ovvero come utilizzare la magia naturale per proteggere da congiunzioni astrali nefaste.

“Sigillarono una stanza per impedire che vi entrasse aria dall’esterno, la tappezzarono con drappi bianchi e la profumarono bruciando aromi. Usarono due lampade per rappresentare il Sole e la Luna e cinque torce per i pianeti. Riunirono pietre, piante e colori connessi con i benefici di Giove, Venere e il Sole e fecero suonare musica gioviale e afrodisiaca” (D.P. Walker, «Campanella e la magia»). Il rito è volto al fine di creare uno spazio rituale, un piccolo cielo propizio costruito all’interno della stanza sigillata in sostituzione del cielo esterno, reale e ostile, in altre parole, magia ermetico-talismanica.

Le cronache raccontano che Tommaso Campanella e papa Urbano VIII si chiusero per mesi, forse per anni, in una stanza speciale per effettuare questi riti magico-ermetici.

Gli sforzi del monaco filosofo sono evidentemente coronati dal successo, dato che papa Urbano VIII Barberini non morì nel 1628 ma nel 1644.

 

Le Interpretazione astronomiche dell’affresco

Alcuni studiosi tra cui George S. Lechner, ipotizzano che l’affresco possa raffigurare una particolare congiunzione astronomica che ebbe luogo all’alba del 6 agosto 1633, giorno dell’elezione a papa di Urbano VIII, ed essere utilizzato come cielo base per officiare le magie talismaniche di protezione per il papa Barberini.

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Il cielo all’alba del 6 agosto 1623

 

Entro il secondo decano del Leone, attorno al 9 di agosto alla latitudine di Roma si verifica un evento astronomico di particolare rilevanza nelle Tradizioni Antiche: la levata eliaca della stella Sirio, evento associato alla rinascita e alla dea Iside. Dopo settanta giorni di “invisibilità” la stella Sirio, risorge immediatamente prima dell’alba. Tale evento nell’Antico Egitto coincideva con le annuali piene estive del Nilo, fonte di vita per quelle popolazioni e con l’inizio del nuovo anno [Robert Bauval, The Egypt Code, Century Books, London 2006, Chapter 2].

 

La stanza dell’affresco della Divina Sapienza del Sacchi può essere la stanza dove avvennero le pratiche magiche condotte da Tommaso Campanella e papa Urbano VIII Barberini? I documenti ufficiali a noi pervenuti non sono precisi, forse volutamente. Ma, ad una più attenta osservazione della composizione dell’affresco, si nota che sono presenti alcune costellazioni zodiacali (la Bilancia, la Vergine e il Leone), alcuni paranatellonta (la costellazione del leone minore e della lepre), ma non vi è stato rappresentato alcun pianeta. Sono presenti, quindi, le cosiddette Stelle Fisse ma non ci sono le Stelle Erranti, “Usarono due lampade per rappresentare il Sole e la Luna e cinque torce per i pianeti”. Questo particolare è un ulteriore indizio per supporre che la stanza dell’affresco della Divina Sapienza possa essere proprio il sito dove si tennero i riti di protezione talismanici.

L’affresco della Divina Sapienza è “La Città del Sole” di Tommaso Campanella?

Tommaso Campanella, nel descrivere la gerarchia di potere della Città del Sole, sembra condurci tra le figure dell’affresco del Sacchi:

Genovese: “un Principe Sacerdote tra loro, che s’appella Sole, e in lingua nostra si dice Metafisico: questo è capo di tutti in spirituale e temporale, e tutti li negozi in lui si terminano. Ha tre Principi collaterali: Pon, Sin, Mor, che vuol dir: Potestà, Sapienza e Amore. […] E poi vi stanno l’offiziali a tutte cose attenti, che nullo possa all’altro far torto nella fratellanza. […] Gen. Di quante virtù noi abbiamo, essi hanno l’offiziale: ci è un che si chiama Liberalità, un Magnanimità, un Castità, un Fortezza, un Giustizia, criminale e civile, un Solerzia, un Verità, Beneficienza, Gratitudine, Misericordia, ecc.”

Il Principe-Sacerdote è identificato dal Sole e i suoi Principi dal Leone (Potestà), dalla donna assisa in trono (Sapienza) e dalla Lepre (l’Amore); infine le Virtù dalle 11 figure femminili.

Tommaso Campanella immagina il regno di Urbano VIII come la realizzazione della Città del Sole sulla Terra e il papa, il cui personale simbolo era il sole, la personificazione degli ideali di filosofi, papi e re della sua comunità utopistica.

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La Città del Sole

Il destino sembra giocare a favore di questa visione. Tommaso Campanella occupa ora una posizione di estrema influenza negli affari del Vaticano. Il mago-filosofo, infatti, è completamente riabilitato da papa Urbano VIII dalle sue accuse di eresia, e non solo. Propone al monaco dominicano di fondare il Collegio Barberini e di dirigerlo. Gli stessi detrattori domenicani di Campanella gli conferiscono il titolo di Magister Theologiae.

Alcuni ambienti del Vaticano, però, dopo aver dato alle stampe per la Reverenda Camera Apostolica i sei libri di un vecchio trattato campanelliano di astrologia, fanno giungere come septimus liber proprio il trattatello preparato per i rituali svolti nel Quirinale.

A complicare le cose giunge la notizia di una imminente richiesta di estradizione da Napoli, a seguito delle dichiarazioni di Tommaso Pignatelli. Domenicano e discepolo di Campanella negli anni del carcere napoletano, immagina di liberare il regno dalla dominazione spagnola. Sarà condannato a morte e, dopo essere stato torturato, confesserà una complicità del monaco mago, tenterà di ritrattare ma non ne avrà tempo perché verrà ucciso in carcere. Papa Urbano VIII rifiuta la richiesta di estradizione spagnola ma Tommaso Campanella è costretto a fuggire da Roma nel 1634.

E’ davvero tutto finito?

Nel febbraio 1635 il cardinale Richelieu riceve Tommaso Campanella a Parigi, complimentandosi e assicurandogli un vitalizio. Re Luigi XIII e sua moglie, la regina Anna d’Austria sono sposati da quasi vent’anni senza aver dato alla luce l’erede al trono. Nel 1637 Tommaso Campanella profetizza la nascita dell’erede, del “Roi Soleil”, il Re Sole, il re della Città del Sole, dalla quale regnerà sul mondo intero.

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Statua equestre di Luigi XIV raffigurato come Alessandro il Grande, di Bernini al Louvre, Parigi

Sorprendentemente, la previsione improbabile della nascita del ‘Re Sole’ effettivamente si realizza il 5 Settembre 1638 quando Anna d’Austria dà alla luce un bambino che, per una strana sincronicità, nasce proprio nel giorno del compleanno del monaco calabrese.

Il libro “L’Eresia Vaticana” è disponibile presso le migliori librerie da luglio 2014

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“Per questa ragione, Asclepio, un essere umano è una grande meraviglia, una creatura vivente da adorare e onorare; egli può modificare la sua natura in Dio, come se lo fosse, un Dio…”

(Ermete Trismegisto)

I filosofi più in vista a cavallo del XVI e XVII secolo, monaci, alchimisti e scienziati del Rinascimento, come Giordano Bruno e Tommaso Campanella, auspicarono una riforma ermetica della religione cristiana attraverso la costruzione di una Città del Sole. Un modello architettonico utopico-magico che uniformasse le idee del nuovo sistema eliocentrico con l’antica saggezza ermetico-egizia proveniente dallo studio dei libri di Ermete Trismegisto e dalle fondamenta della Roma Imperiale. Utilizzando documenti dell’epoca e tesi d’avanguardia, gli autori mostrano che quel Tempio del Sole fu costruito proprio a Roma, esattamente davanti alla Basilica di San Pietro. Svelando il progetto architettonico-magico ideato dalle più grandi menti del Rinascimento, tra cui il Bernini stesso, alcuni illustri padri gesuiti, la regina Cristina di Svezia e diversi papi, gli autori espongono l’eresia benedetta dal Vaticano. L’architettura di Piazza San Pietro fu davvero progettata per rappresentare “le braccia aperte di Madre Chiesa” come sostenne lo stesso Gian Lorenzo Bernini, ma esiste un livello occulto di questa verità sul quale poggia il suo grandioso progetto. Una verità che portò con sè nella tomba, perché frutto proibito per quel tempo, che la semplice menzione avrebbe fatto collassare Santa Madre Chiesa.
Un’indagine lunga 5300 anni di storia, tra l’Egitto, l’Asia Minore, l’Italia, la Francia, la Germania, la Spagna, la Svezia e l’Inghilterra. E il Nuovo Mondo. E da questo nuovamente a Roma.

 

Gli autori

Robert Bauval: Studioso e Saggista specializzato in Storia, Archeoastronomia e Religione Magica egizia. È autore di altri 9 saggi, tutti di grande successo internazionale, tra cui il best-seller Il Mistero di Orione, scritto con Adrian Gilbert.
Sandro Zicari: Dottore di ricerca in Matematica Applicata e Statistica all’Università di Roma La Sapienza. Esperto di Simbolismo e Astroteologia.
Chiara Dainelli: Dottore in Lettere Moderne, studiosa di Ermetismo e Astronomia ha pubblicato Il Codice Astronomico di Dante, il Sapere Proibito della Divina Commedia (2012, Eremon Edizioni)