Il Presepe di Francesco: Un Talismano Ermetico del Cielo del Solstizio d’Inverno

Natività, artista ignoto, Abbazia dei Santi Felice e Mauro, Sant’Anatolia di Narco (Perugia)

Durante una fredda notte del 24 dicembre 1223, a Greccio, un piccolo borgo dell’Appennino in provincia di Rieti, San Francesco d’Assisi realizzò qualcosa di straordinario che avrebbe rivoluzionato l’iconografia cristiana occidentale: il primo presepe vivente della storia. Ufficialmente, la motivazione era semplice e pia: il Santo desiderava che i fedeli potessero “vedere con gli occhi del corpo” la povertà e i disagi del Bambino Gesù nascente. Tuttavia, esiste un’ipotesi affascinante che travalica la devozione convenzionale: e se Francesco, anziché rappresentare semplicemente una scena evangelica, avesse messo in scena una mappa stellare vivente, una rappresentazione terrestre della configurazione celeste del solstizio d’inverno? E, se così fosse, dove avrebbe appreso una sapienza cosmologica tanto sofisticata?

Francesco, l’Oriente e la Scoperta della Scienza Celeste

Nel 1219, San Francesco non era ancora il mistico che conosciamo dalla tradizione popolare. Quattro anni prima di Greccio, il giovane frate umbro si recò in Egitto, attraversando le linee crociate a Damietta durante la quinta crociata, per un incontro storico che avrebbe segnato per sempre la sua spiritualità. Qui incontrò il Sultano al-Malik al-Kamil, nipote del Saladino, uno dei sovrani più colti dell’epoca. L’incontro non fu un semplice episodio di intolleranza reciproca interrotta dalla carità; piuttosto, fu un dialogo tra due uomini di cultura eccezionale. La corte ayyubide era un centro di raffinatezza culturale incomparabile: gli astronomi arabi custodivano allora la scienza delle stelle, l’Ilm al-Falak, che l’Europa medievale aveva dimenticato dopo il crollo dell’Impero Romano. I saggi dell’Islam, i Sufi e gli studiosi di astronomia, avevano tradotto l’Almagesto di Tolomeo e conservavano nomi di stelle che utilizziamo ancora oggi: Aldebaran, Rigel, Altair sono tutti di origine araba.

È dunque plausibile che Francesco, mistico amante della Natura che parla di “Fratello Sole” e “Sorella Luna”, abbia partecipato a discussioni con i saggi sufi sulla geometria del cosmo? I Sufi chiamavano il cielo “il rotolo dispiegato di Dio”. Forse qualcuno gli mostrò un astrolabio o, perfino, qualcuno gli rivelò il principio ermetico che sottende la sua stessa mistica: “Come in Cielo, così in Terra”.

Tornato in Italia alcuni anni dopo, Francesco non scrisse un trattato di astroteologia. Ma individuò una grotta reale, prese animali veri, un Bambino rappresentato da una statuina, e trasformò quella notte di Greccio in una liturgia vivente.

Il Solstizio d’Inverno: L’Evento Cosmico di Tutte le Civiltà Umane

Prima di analizzare nei dettagli il presepe come talismano astronomico, è essenziale comprendere il contesto cosmico nel quale Francesco operò. Il solstizio d’inverno è uno dei momenti critici dell’anno che, da quando l’uomo ha iniziato a osservare il cielo, ha focalizzato l’attenzione di tutte le civiltà conosciute.
Il solstizio d’inverno — il giorno più corto e la notte più lunga dell’anno — rappresenta in tutte le culture il punto di morte e rinascita solare, il momento in cui il Sole, giunto al punto più basso della sua orbita apparente, sembra arrestarsi (il termine latino solstitium significa letteralmente “sole fermo”). Il Sole, però, non scompare per sempre nelle tenebre, bensì, da quella stasi lunga tre giorni, ricomincerà la sua risalita verso la Luce.
Consci di vivere un momento ricorrente del ciclo cosmico dell’universo, tutte le popolazioni umane, dalla preistoria sino ai giorni nostri, hanno costruito monumenti, templi e strutture architettoniche allineati con il sorgere del sole solstiziale.

Newgrange, Irlanda: all’alba del solstizio d’inverno un raggio di sole attraversa il roof‑box sopra l’ingresso, percorre il corridoio lungo 19 metri e accende di luce dorata la camera interna del tumulo neolitico, rinnovando da 5.000 anni il rito cosmico della morte e rinascita del Sole.

In Irlanda, il tumulo megalitico di Newgrange, costruito circa 5.000 anni fa (3.200 a.C.), quasi seicento anni prima della Grande Piramide di Giza e mille anni prima di Stonehenge, è allineato perfettamente con il sorgere del sole al solstizio d’inverno: all’alba del 21 dicembre, un raggio di sole penetra attraverso un'”apertura appositamente progettata sopra la porta e illumina la camera sepolcrale per circa 17 minuti. In Bretagna, il Cairn di Gavrinis (3.500-3.000 a.C.), coevo di Newgrange, presenta lo stesso allineamento solstiziale.

Ingresso al Cairn di Gavrinis (Francia)

Gli Egizi costruirono i loro massimi templi — Karnak, il tempio della regina Hatshepsut, Qasr Qarun — in modo tale che al solstizio d’inverno il sole nascente illuminasse il Sancta Sanctorum, il luogo più sacro, con un raggio di luce.
Gli antichi Romani festeggiavano i Saturnalia (17-23 dicembre), seguiti dalla festa del Dies Natalis Solis Invicti (il giorno della nascita del Sole Invincibile, il 25 dicembre), riconoscendo che era proprio in questo giorno, quando il Sole sembrava più debole, che esso si dimostrava “invictus” — invincibile sulle stesse tenebre.

Carn di Gavrinis (Francia): all’alba del solstizio d’inverno un raggio di sole attraversa l’ingresso, percorre il corridoio e illumina la camera interna del tumulo neolitico.

I Celti celebravano questo momento con la festa di Yule o Alban Arthuan — letteralmente “il riposo di Artù” — intorno al 21 dicembre, celebrando la morte del “Re Oscuro” e la rinascita del “Sole Bambino” dal grembo della Dea Madre.

Questa ossessione cosmologica universale testimonia un fatto profondo: le antiche civiltà non vedevano il solstizio d’inverno come una semplice curiosità astronomica, bensì come il momento sacro del rinnovamento cosmico, il punto in cui l’universo stesso si rigenerava. Secondo la mitologia universale di questi popoli, in questa notte il Vecchio Sole moriva e rinasceva come Sole Bambino, promessa di luce, calore e vita che sarebbe tornata a fertilizzare la Terra. Era la vittoria della Luce sull’Ombra, del Bene sul Male, della Vita sulla Morte.

Francesco, nel 1223, quando creò il primo presepe vivente, non inventava nulla di nuovo dal punto di vista concettuale. Stava cristianizzando una celebrazione che era già presente in tutte le civiltà umane dal primo sorgere della cultura. La Chiesa aveva già risalito al 25 dicembre la data della nascita di Gesù — che i Vangeli non specificano — proprio per allinearla al solstizio d’inverno e al culto pagano del Sol Invictus.

Francesco comprese — forse direttamente dai saggi orientali — che la rappresentazione vivente del presepe sarebbe potuto essere non soltanto un atto di pietà medievale, ma una ricreazione terrestre del mistero cosmico del solstizio, una partecipazione liturgica umana al rinnovamento annuale dell’universo stesso.

La Scena Madre: Il Cielo di Mezzanotte del Solstizio d’Inverno

Per comprendere il presepe nelle sue dimensioni cosmiche, è necessario visualizzare il cielo nella notte tra il 24 e il 25 dicembre attorno alla mezzanotte, nel cielo all’epoca della nascita di Gesù. In quel preciso istante astronomico, si verifica una configurazione geometrica sacra che si ripete da secoli (con variazioni dovute solo alla precessione degli equinozi). Il solstizio d’inverno rappresenta il momento critico dell’anno: il Sole raggiunge la sua declinazione meridionale più estrema, a Sud Est, intorno a -23,5° nell’area mediterranea, e traccia il punto più basso nella sua orbita apparente.
È il momento in cui il giorno è più corto, la notte più lunga. Ed è in questo momento preciso che Francesco sceglie di rappresentare il mistero della Incarnazione.

La Mangiatoia: L’Ammasso M44 del Cancro

Al centro della scena del presepe c’è un elemento che la tradizione considera semplicemente simbolico: la mangiatoia, “praesepe” in latino. Ma se alziamo gli occhi al cielo nella notte del solstizio d’inverno, scopriamo qualcosa di straordinario. Nella costellazione del Cancro, che a mezzanotte dominava il cielo invernale medievale, esiste l’ammasso stellare nebuloso M44, noto fin dall’antichità Ammasso del Presepe.

La costellazione del Cancro e l’ammasso M44

L’ammasso è stato descritto da Arato e Teofrasto intorno al 280 a.C. come una “piccola nube”, e Tolomeo lo definì “la massa nebulosa nel seno del Cancro”. È uno degli ammassi aperti più vicini al nostro sistema solare, a circa 600 anni luce di distanza, e contiene oltre mille stelle legate gravitazionalmente. Francesco non ha scelto una culla a caso: ha proiettato in terra proprio l’ammasso M44, trasformando una grotta dell’Appennino nel riflesso terrestre di una realtà celeste.

I Protagonisti Stellari del Presepe

Se il presepe è una mappa stellare, allora i suoi personaggi devono essere costellazioni. Analizzando i principali attori della rappresentazione del 1223 come asterismi presenti nel cielo della mezzanotte del solstizio d’inverno, la corrispondenza astronomica diventa sorprendente.

Il cielo a mezzanotte del Solstizio d’Inverno di 2.000 anni fa

Il Bambino Gesù: Il Sole al Nadir

Gesù nel presepe non è una costellazione. Gesù è il Sole stesso. Ma dove si trova il Sole a mezzanotte? È esattamente sotto i nostri piedi, al Nadir — il punto più basso, l’Imum Coeli, il fondo del cielo. In quel momento, il Sole è nel profondo della Terra, nella “Grotta Cosmica”. La teologia celeste insegna che il Bambino nasce a mezzanotte proprio perché è il momento in cui il Sole cessa di scendere (il solstizio è il punto di arresto) e ricomincia, impercettibilmente ma inesorabilmente, la sua risalita verso la luce. Il Bambino è la promessa che la luce tornerà, che non siamo condannati all’oscurità perpetua. È l’atto di fede cosmico incarnato.

La Vergine Maria: La Costellazione della Vergine all’Ascendente

Questa è forse la corrispondenza più letterale e più sconvolgente nella tesi del presepe ermetico. A mezzanotte del 25 dicembre, volgendo lo sguardo verso Est, quale costellazione sta sorgendo all’orizzonte, precisamente nel punto dell’Ascendente? La Vergine (Virgo). La costellazione della Vergine sorge dall’orizzonte orientale esattamente nel momento in cui il Sole raggiunge il Nadir.
La sincronizzazione è perfetta, quasi liturgica: mentre il Sole, il Bambino divino, è nel punto più basso della Terra, la Vergine ascende dal basso verso l’alto, “partorendo” il nuovo ciclo solare che inizierà nei mesi successivi.

La costellazione della Vergine e Boote

San Giuseppe: La Costellazione di Boote
Chi è l’uomo anziano e protettivo che nel presepe sta sempre un passo indietro a Maria, custodendo silenziosamente? Nel cielo, immediatamente “sopra” o dietro la Vergine durante quella notte, si trova la costellazione di Boote. Boote è il nome latino del Bifolco o del Pastore — raffigurato come un uomo maturo che custodisce il gregge. Per i Latini, Boote era l’Arctophylax, il “Custode o Guardiano dell’Orsa”, in riferimento all’Orsa Maggiore. Boote segue la Vergine nel suo moto celeste: è il custode silenzioso, il padre putativo che veglia sulla madre e sul bambino senza intervenire nel mistero della nascita solare.

Il Bue e l’Asinello: I Guardiani del Presepe Celeste

Tornando all’ammasso M44 nel Cancro, scopriamo un fatto straordinario: le due stelle fisse che fiancheggiano la nebulosa della Mangiatoia si chiamano Asellus Borealis (γ Cancri) — L’Asinello del Nord e Asellus Australis (δ Cancri) — L’Asinello del Sud.

Asellus Borealis (γ Cancri) e Asellus Australis (δ Cancri)

La parola latina Asellus significa proprio “asinello”. Secondo la mitologia classica, questi asini appartengono a Dioniso e Sileno, che li cavalcarono nella mitica battaglia contro i Titani. L’Asino è lì, nel cielo da sempre, a mangiare nella mangiatoia (il Presepe).

E il Bue? La costellazione del Toro sta tramontando a Ovest mentre quella della Vergine sorge a Est. La costellazione del Toro è visibile nei cieli notturni invernali. Il suo tramontare, indica l’uscita dalle stagioni delle tenebre. L’Asinello, al contrario, è legato al Sole, al ciclo estivo nel Cancro — e rappresenta il veicolo della luce. Insieme, i due animali sono gli estremi dell’anno — Estate e Inverno — che si riconciliano nella nascita del Dio durante il solstizio.

La costellazione del Toro

I Tre Re Magi: La Cintura di Orione che Punta verso Sirio
Ma il disegno celeste di Francesco non si ferma qui. Esiste ancora una corrispondenza sorprendente, che completa la mappa stellare del presepe e la trasforma in un vero e proprio talismano ermetico: i Tre Re Magi come le tre stelle della Cintura di Orione.

La costellazione di Orione e la sua Cintura

Nel cielo invernale del solstizio, la costellazione di Orione domina maestosa l’orizzonte Sud, alta e ben visibile in tutta la sua magnificenza. La sua caratteristica più distintiva sono le tre stelle di quasi uguale luminosità al centro della figura: Alnitak, Alnilam e Mintaka (ζ, ε e δ Orionis). Queste tre stelle formano quello che in astronomia si chiama la Cintura di Orione o Balteo di Orione.

Nella tradizione popolare italiana, specialmente nelle regioni dell’Italia centro-settentrionale, queste tre stelle sono chiamate da sempre con nomi evocativi e significativi: “i Tre Re”, “i Re Magi”, oltre che “il rastrello”, “i tre mercanti”, “i bastoni”. Il nome “Tre Re” è attestato nella tradizione contadina italiana come la denominazione più antica e diffusa per questo asterismo, visibile proprio durante le festività natalizie.

Ma perché Francesco avrebbe dovuto rappresentare i Magi proprio attraverso queste tre stelle? La risposta sta in una geometria celeste ancora più profonda e simbolicamente potente. Le tre stelle della Cintura di Orione, se prolungate in linea retta verso Sud-Est, puntano esattamente alla stella più luminosa del cielo notturno: Sirio (α Canis Majoris).

Questo allineamento è talmente evidente e riconoscibile che viene utilizzato universalmente dagli astronomi e dagli appassionati di astronomia per individuare Sirio nel cielo: basta prolungare la linea delle tre stelle della Cintura verso il basso (verso Sud-Est) e si arriva direttamente alla brillantissima Sirio, che risplende con una luce bianco-azzurra inconfondibile. “Le tre stelle della Cintura di Orione ci guidano verso la più luminosa stella del firmamento”, scrivono gli astronomi moderni.

L’allineamento delle tre stelle della Cintura di Orione con la stella Sirio

La Levata Eliaca di Sirio e l’Alba del Solstizio

Ma c’è di più. Nel periodo del solstizio d’inverno, Sirio assume un significato cosmologico particolare. Nell’antico Egitto, la levata eliaca di Sirio (cioè la sua prima apparizione all’alba appena prima del sorgere del Sole, dopo un periodo di invisibilità) era l’evento astronomico più importante dell’anno. Questa stella, che gli Egizi chiamavano Sothis e identificavano con la dea Iside, annunciava l’inondazione del Nilo e l’inizio del nuovo anno.

Al solstizio d’inverno, Sirio si trova in una posizione particolare: sorge a Sud-Est, esattamente nel settore dell’orizzonte dove, qualche ora dopo, sorgerà anche il Sole all’alba del solstizio. Il punto di levata del Sole al solstizio d’inverno raggiunge la sua massima amplitudine ortiva Sud — cioè la massima distanza verso Sud rispetto al punto cardinale Est. E proprio in quella direzione, proprio a quella latitudine celeste, si trova Sirio, precedendo di poco il sorgere del Sole bambino, del Sol Invictus.

Sirio, dunque, diventa la stella-guida che precede e annuncia la nascita del Sole nuovo, il Sole del solstizio che riprende la sua ascesa verso l’alto dopo aver toccato il punto più basso. E chi guida Sirio verso la Luce del Mondo? I Tre Re — le tre stelle della Cintura di Orione — che, perfettamente allineate con Sirio, puntano verso il luogo esatto dove il nuovo Re, il Sole Bambino, farà la sua apparizione all’alba.

Dettaglio dell’Adorazione dei Magi. Mosaici della Basilica di Sant’Apollinare in Classe (Ravenna)

La simbologia è potentissima e potrebbe essere la corretta interpretazione astronomica del racconto evangelico: i Magi vengono da Oriente (e Orione sorge appunto a Est), seguono una stella (Sirio, la più luminosa del cielo), e questa stella li conduce al luogo dove è nato il Re (il punto di levata del Sole al solstizio d’inverno). La tradizione identifica i Magi proprio come astrologi provenienti dalla Persia, cultori dell’osservazione celeste e della scienza delle stelle. Francesco, informato dai saggi orientali, potrebbe aver compreso questa corrispondenza e averla incorporata nel suo presepe vivente.

Il Talismano Ermetico: Dalla Teoria alla Pratica Vivente

Un talismano, nella tradizione ermetica e cabalistica, è un oggetto o una configurazione che incarna e concentra le energie cosmiche e spirituali di realtà superiori, canalizzandole verso il piano terrestre. Francesco, leggendo nelle profondità della sua esperienza mistica l’insegnamento ermetico “Come in cielo, così in Terra”, trasformò una notte reale, in un luogo reale, con esseri viventi, in una riproduzione vivente della mappa stellare. Il presepe di Greccio è un talismano celeste, un’immagine magica incarnata.

Nel momento in cui i frati cantavano le laudi, nel momento in cui la folla vegliava nella grotta fredda dell’Appennino, stavano partecipando inconsapevolmente (ma questo non ha importanza per la scienza ermetica) a una liturgia stellare vivente, a una riproduzione terrestre dei movimenti del cielo.

Le Coincidenze come gli Indizi: Verso una nuova consapevolezza

Qui si pone una domanda al lettore: quando le coincidenze si accumulano fino a formare un disegno coerente, quando gli “indizi” si moltiplicano oltre la casualità, diventano una “prova”?

Francesco non ha lasciato scritti che dichiarino esplicitamente: “Ho creato il presepe come mappa stellare in conformità ai principi ermetici appresi presso il Sultano d’Egitto”. Mancano le testimonianze documentali. Eppure, vi è una sincronicità, una serie di coincidenze significative, che porta a suggerire che esiste una connessione tra eventi che non è riducibile alla semplice causalità lineare. Quando le coincidenze si accumulano e formano un disegno coerente, come in un puzzle che si completa, suggeriscono l’esistenza di una intelligenza sottesa — che sia quella di Francesco consapevolmente operante, oppure quella di un principio cosmico più ampio che lavora attraverso di essa.

Conclusione: La domanda che rimane

Durante le festività natalizie Natale, quando osserverete il presepe nelle vostre case — che sia fatto di gesso, di ceramica, di legno o di cartapesta — sappiate che potreste aver composto un piccolo planetario, una liturgia domestica con i cicli cosmici che hanno affascinato e guidato donne e uomini come voi, dalla preistoria ai giorni nostri.

Chissà, forse Francesco ci sta sussurrando ancora, attraverso il Presepe di Greccio: “Voglio vedere. Voglio portare il Cielo sulla Terra.”

E forse, in quella fredda notte del 1223, mentre le tre stelle di Orione brillavano alte nel cielo meridionale puntando verso Sirio, mentre la Vergine sorgeva a Est, mentre il Sole toccava il suo punto più basso nel profondo della Terra, Francesco ha compiuto uno degli atti magici più perfetti della storia occidentale: ha reso visibile l’invisibile, ha materializzato il cielo sulla terra, ha creato un talismano vivente che ancora oggi, ogni Natale, ripetiamo nelle nostre case, perpetuando una liturgia cosmica che collega l’umano al divino, la Terra al Cielo, e che ci ricorda che siamo parte di un ordine cosmico eterno che si rinnova ogni anno nel momento del solstizio d’inverno.

From the Foundations of Notre-Dame to Krampus: The Cosmogonic Myth of Ordo ab Chao

A Pagan God in the Heart of Christianity
Few would expect to find the roots of Celtic paganism buried in the heart of Christianity. Yet, in the last century, excavations in the square in front of Notre-Dame Cathedral in Paris revealed precisely this: two bas-reliefs of ancient Gallic deities, Cernunnos, the horned god lord of nature, and Hesus, his martial counterpart.

Image of Cernunnos from the Pilier des nautes (“Boatmen’s Pillar”), Paris.


History, as we know, loves irony. And it’s difficult to imagine a more biting irony than that of a temple of Christianity, the symbol par excellence of the submission of paganism, revealing in its immediate vicinity the traces of those very deities it believed it had erased.
This discovery is not simply an archaeological anecdote, but the starting point for a broader reflection. Pre-Christian myths did not simply disappear. To survive the tide of the new dominant faith, they had to mix, camouflage themselves, and transform, insinuating themselves into the folds of new traditions. In this article, we will follow the traces of one of these archetypal figures, that of the Horned God. A journey that will take us from the Gallo-Roman foundations of Paris to the frightening masks of Alpine folklore, connecting the Celtic god Cernunnos to the figure of Krampus. A path that reveals the universal cosmological meaning of the passage from chaos to order, a rite that humanity has celebrated since time immemorial.

The Discovery at Notre-Dame: Who is Cernunnos?
During archaeological excavations carried out starting in the 1960s in the square in front of Notre-Dame Cathedral in Paris, bas-reliefs depicting Gallic deities were found. Among these, the figure of Cernunnos stood out. The iconography of the bas-relief represents him as a Celtic male deity equipped with horns (or more precisely antlers), a powerful symbol that indissolubly links him to nature, the pagan world, and an ancient and primordial spirituality.
The location of the discovery, Île de la Cité, is not accidental. This was the beating heart of Lutetia, the settlement founded in the 3rd century BC by the Gallic tribe of the Parisii, long before the Roman conquest redrew the cultural and religious map of Gaul. The presence of an effigy of Cernunnos testifies to the importance of his cult in an era when the sacred and the wild were still deeply intertwined.


Deep Roots: Man, Animal, and the Divine
To understand a figure like Cernunnos, it is necessary to take a leap back in time, to the Upper Paleolithic (40,000-15,000 years ago). In the deep European caves, such as Chauvet in France, our ancestors left extraordinary testimonies of their worldview: walls decorated with countless animal figures. This was not simply a love of art, but the expression of a precise conception of reality, which we might call “animistic ontology.”

God Cernunnos with praying figure – Valcamonica (Brescia)

Present both among Paleolithic hunters and among Amerindian peoples, this worldview presupposes that all living beings, human and non-human, share the same inner subjectivity, distinguishing themselves only by their bodily “envelope.” Consequently, “changing skin” means transforming into another being. This ability to change form was attributed to specialized figures such as shamans, capable of traveling between worlds and acquiring the qualities of animals. It is in this cosmological humus, where the boundary between man and animal is fluid and permeable, that archetypal figures like Cernunnos take root, the ‘Lord of Animals’ whose hybrid form is not monstrous, but an expression of shamanic power to mediate between worlds.


The Ritual of Chaos: Festivals and Masks to Refound Order
Zoo-anthropomorphic figures do not only populate myths but erupt into social life through specific rituals. Many popular festivals, in fact, represented the establishment of a “tempus terribile,” a controlled irruption of primordial chaos that preceded a refounding of cosmic and social order. Through ritual disorder, the community regenerated itself.
A striking example are the ceremonial masked parades of Carnival (Schembartlauf) that took place in Nuremberg between the 15th and 16th centuries. Participants in these processions embodied the mythical figure of the “Wild Man”: they wore animal horns, garments made of goat or sheep skin, and girded their waists with noisy bells. These hybrid figures, halfway between man and beast, brought chaos into the orderly streets of the city, only to be ritually defeated, thus restoring order. This ritual overturning was not a simple festival, but a fundamental social mechanism to reaffirm community norms through their temporary and controlled violation. These same characteristics would be found, almost unchanged, in Alpine masked parades of subsequent centuries.

Nuremberg’s Schembart Carnival

The Surviving Horned God: Saint Nicholas and Krampus
This tradition of horned and wild figures bringing disorder has survived to the present day, camouflaged in Christian folklore. Krampus, now known as the terrifying companion of Saint Nicholas, existed in pagan and Celtic traditions long before the advent of Christianity. He was a frightening figure who appeared during the passage from the “living” to the “dark” season of the year, embodying the forces of winter chaos.

According to a folk tale widespread in the Alpine area, his “Christianization” occurred as follows: in an era of great famine, shady characters disguised with animal skins and horns plundered mountain villages. Local folklore narrates that among them was hidden the devil himself, recognizable only by his goat hooves. It was then that Bishop Nicholas (the future Saint Nicholas) intervened, who with his spiritual authority managed to exorcise the demon and subjugate him to his will, transforming him from a destructive force into an instrument of justice.

This folkloric narrative serves as a founding myth for the tradition still alive today in Austria, South Tyrol, Friuli Venezia Giulia, and Istria. On the night between December 5th and 6th, Saint Nicholas brings gifts to good children, while his retinue of Krampuses, chained and tamed devils, has the task of frightening and punishing those who have behaved badly. The domestication of Krampus by Saint Nicholas represents a classic example of religious syncretism, in which a liminal figure, embodiment of the untamed forces of nature, is not erased but subsumed and re-functionalized within the new Christian moral system. Chaos is not eliminated but hierarchically subordinated to order.


If We Know How to Listen, Myths Still Speak
Pre-Christian myths are not dead; they have simply transformed, finding a way to survive within new dominant traditions. Our journey demonstrates this: we started from the Celtic god Cernunnos, whose traces rest beneath the square of Notre-Dame, we crossed the classical world populated by satyrs and wild deities, we witnessed the chaotic masked parades of carnival, and finally arrived at Krampus, the pagan demon “domesticated” by a Christian saint.
The final proof of this survival through transformation lies in the fate of the very idea of contamination between the human and animal world. Once considered sacred, an expression of the fluidity of the cosmos, with the advent of Christianity and the subsequent persecution of witchcraft, this permeability between the spheres of the living was definitively relegated “to the realm of the demonic and magical.” Yet, if we know how to listen, these ancient figures still speak. From the deer-god to the hairy demon, their whispers tell us of a primordial bond with nature, of a time when chaos was not only to be feared but also celebrated in order to refound order. One need only lend an ear beyond the patina of more recent traditions to hear how, from the foundations of a Gothic cathedral, a horned god continues to whisper his eternal story.

Dalle fondamenta di Notre-Dame al Krampus. Il mito cosmogonico dell’Ordo ab Chao.

Un Dio Pagano nel Cuore della Cristianità
Pochi si aspetterebbero di trovare le radici del paganesimo celtico sepolte nel cuore della cristianità. Eppure, nel secolo scorso, gli scavi nel sagrato della cattedrale di Notre-Dame a Parigi hanno restituito proprio questo: due bassorilievi di antiche divinità galliche, Cernunnos, il dio cornuto signore della natura, e Hesus, una sua controparte marziale.

Immagine di Cernunnos dal Pilier des nautes (“Pilastro dei barcaioli“), Parigi.

La storia, si sa, ama l’ironia. Ed è difficile immaginare un’ironia più sferzante di quella di un tempio della cristianità, simbolo per eccellenza della sottomissione del paganesimo, che rivela nelle sue immediate vicinanze le tracce di quelle divinità che credeva di aver cancellato.
Questa scoperta non è un semplice aneddoto archeologico, ma il punto di partenza per una riflessione più ampia. I miti precristiani, infatti, non sono semplicemente scomparsi. Per sopravvivere alla marea della nuova fede dominante, hanno dovuto mescolarsi, mimetizzarsi e trasformarsi, insinuandosi nelle pieghe delle nuove tradizioni. In questo articolo seguiremo le tracce di una di queste figure archetipiche, quella del Dio Cornuto. Un viaggio che ci porterà dalle fondamenta gallo-romane di Parigi fino alle spaventose maschere del folklore alpino, collegando il dio celtico Cernunnos alla figura del Krampus. Un percorso che svela il significato cosmologico universale del passaggio dal caos all’ordine, un rito che l’umanità celebra da tempo immemore.

La Scoperta a Notre-Dame: Chi è Cernunnos?
Durante gli scavi archeologici effettuati a partire dagli anni ’60 nel sagrato antistante la cattedrale di Notre-Dame a Parigi, sono stati rinvenuti dei bassorilievi raffiguranti divinità galliche. Tra queste, spiccava la figura di Cernunnos. L’iconografia del bassorilievo lo rappresenta come una divinità maschile celtica dotata di corna (o più precisamente di palchi, antlers), un simbolo potente che lo lega indissolubilmente alla natura, al mondo pagano e a una spiritualità antica e primordiale.
Il luogo del ritrovamento, l’Île de la Cité, non è casuale. Questo era il cuore pulsante di Lutetia, l’insediamento fondato nel III secolo a.C. dalla tribù gallica dei Parisii, molto prima che la conquista romana ridisegnasse la mappa culturale e religiosa della Gallia. La presenza di un’effigie di Cernunnos testimonia l’importanza del suo culto in un’epoca in cui il sacro e il selvaggio erano ancora profondamente intrecciati.

Le Radici Profonde: L’Uomo, l’Animale e il Divino
Per comprendere una figura come Cernunnos, è necessario fare un balzo indietro nel tempo, fino al Paleolitico Superiore (40.000-15.000 anni fa). Nelle profonde grotte europee, come quella di Chauvet in Francia, i nostri antenati hanno lasciato testimonianze straordinarie della loro visione del mondo: pareti istoriate con innumerevoli figure di animali. Questo non era semplice amore per l’arte, ma l’espressione di una precisa concezione della realtà, che potremmo definire “ontologia animistica”.

Dio Cernunnos con figura in preghiera – Valcamonica (Brescia)

Presente tanto tra i cacciatori paleolitici quanto tra i popoli amerindiani, questa visione del mondo presuppone che tutti gli esseri viventi, umani e non, condividano la stessa soggettività interiore, distinguendosi solo per il loro “involucro” corporeo. Di conseguenza, “cambiar pelle” significa trasformarsi in un altro essere. Questa abilità di mutare forma era attribuita a figure specializzate come gli sciamani, capaci di viaggiare tra i mondi e acquisire le qualità degli animali. È in questo humus cosmologico, in cui il confine tra uomo e animale è fluido e permeabile, che affondano le radici di figure archetipiche come Cernunnos, il ‘Signore degli Animali’ la cui forma ibrida non è mostruosa, ma espressione di un potere sciamanico di mediazione tra i mondi.

Il Rito del Caos: Feste e Maschere per Rifondare l’Ordine
Le figure zoo-antropomorfe non popolano solo i miti, ma irrompono nella vita sociale attraverso rituali specifici. Molte feste popolari, infatti, rappresentavano l’instaurazione di un “tempus terribile”, un’irruzione controllata del caos primordiale che preludeva a una rifondazione dell’ordine cosmico e sociale. Attraverso il disordine rituale, la comunità si rigenerava.
Un esempio lampante sono le mascherate cerimoniali di Carnevale (Schembartlauf) che si svolgevano a Norimberga tra il XV e il XVI secolo. I partecipanti a questi cortei incarnavano la figura mitica del “Selvaggio”: indossavano corna di animali, abiti fatti di pelle di capra o pecora e si cingevano i fianchi di rumorosi campanacci. Queste figure ibride, a metà tra l’uomo e la bestia, portavano il caos nelle strade ordinate della città, per poi essere ritualmente sconfitte, ristabilendo così l’ordine. Questo capovolgimento rituale non era una semplice festa, ma un meccanismo sociale fondamentale per riaffermare le norme comunitarie attraverso la loro temporanea e controllata violazione. Queste stesse caratteristiche si ritroveranno, quasi immutate, nelle mascherate alpine dei secoli successivi.

Schembartlauf di Norimberga

Il Dio Cornuto Sopravvissuto: San Nicolò e il Krampus
Questa tradizione di figure cornute e selvagge che portano il disordine è sopravvissuta fino ai giorni nostri, mimetizzandosi nel folklore cristiano. Il Krampus, oggi noto come il terrificante compagno di San Nicolò, esisteva nelle tradizioni pagane e celtiche ben prima dell’avvento del cristianesimo. Era una figura paurosa che appariva durante il passaggio dalla stagione “viva” a quella “buia” dell’anno, incarnando le forze del caos invernale.

Secondo un racconto popolare diffuso in area alpina, la sua “cristianizzazione” avvenne in questo modo: in un’epoca di grande carestia, loschi figuri travestiti con pelli e corna di animali depredavano i villaggi di montagna. Il folklore locale narra che tra di loro si nascondeva il diavolo in persona, riconoscibile solo dai suoi zoccoli caprini. Fu allora che intervenne il vescovo Nicola (il futuro San Nicolò), che con la sua autorità spirituale riuscì a esorcizzare il demone e a sottometterlo al proprio volere, trasformandolo da forza distruttiva a strumento di giustizia.

Questa narrazione folkloristica funge da mito di fondazione per la tradizione ancora oggi viva in Austria, in Alto Adige, in Friuli Venezia Giulia e in Istria. Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre, San Nicolò porta i doni ai bambini buoni, mentre il suo seguito di Krampus, diavoli incatenati e domati, ha il compito di spaventare e punire quelli che si sono comportati male. L’addomesticamento del Krampus da parte di San Nicolò rappresenta un classico esempio di sincretismo religioso, in cui una figura liminale, incarnazione delle forze indomite della natura, non viene cancellata ma sussunta e ri-funzionalizzata all’interno del nuovo sistema morale cristiano. Il caos non è eliminato, ma gerarchicamente subordinato all’ordine.

Se Sappiamo Ascoltare, i Miti Parlano Ancora
I miti precristiani non sono morti; si sono semplicemente trasformati, trovando il modo di sopravvivere all’interno delle nuove tradizioni dominanti. Il nostro viaggio lo dimostra: siamo partiti dal dio celtico Cernunnos, le cui tracce riposano sotto il sagrato di Notre-Dame, abbiamo attraversato il mondo classico popolato da satiri e divinità selvagge, abbiamo assistito alle mascherate caotiche del carnevale e siamo infine giunti al Krampus, il demone pagano “addomesticato” da un santo cristiano.
La prova finale di questa sopravvivenza per trasformazione sta nel destino stesso dell’idea di contaminazione tra mondo umano e animale. Un tempo considerata sacra, espressione della fluidità del cosmo, con l’avvento del cristianesimo e la successiva persecuzione della stregoneria, questa permeabilità tra le sfere del vivente venne definitivamente relegata “nell’ambito del demoniaco e del magico”. Eppure, se sappiamo ascoltare, queste antiche figure parlano ancora. Dal dio-cervo al demone peloso, i loro sussurri ci raccontano di un legame primordiale con la natura, di un tempo in cui il caos non era solo da temere, ma anche da celebrare per poter rifondare l’ordine. Basta solo prestare orecchio oltre la patina delle tradizioni più recenti, per sentire come, dalle fondamenta di una cattedrale gotica, un dio cornuto continui a sussurrare la sua eterna storia.

Il senso dell’orientamento stellare del Dio Scarabeo Khepri

asafasfsad

Lo scarabeo stercorario si serve degli escrementi per diversi scopi. Se ne nutre e vi depone le uova, e alcuni maschi ne fanno dono alla femmina sperando di far colpo su di lei. La lotta per accaparrarsi lo sterco fresco è intensa. Alcuni tipi di scarabeo formano una pallina di sterco e scappano dal gruppo facendola rotolare fino a un punto in cui il terreno è abbastanza morbido da poterla sotterrare. Lo scarabeo rotola la palla lungo una linea retta per allontanarsi nel modo più rapido, evitando così il rischio che altri scarabei gliela rubino.

Scarabeo_stercorario_al_lavoro

Ma come fa lo scarabeo stercorario a non mettersi a girare a vuoto, specialmente di notte?

Alcuni studi hanno dimostrato che questi scarabei sono in grado di orientarsi grazie alla luce solare e lunare, ma sono anche capaci di procedere in linea retta nelle notti serene senza luna. In Sudafrica alcuni ricercatori hanno scoperto che gli stercorari non si orientano guardando le singole stelle ma usando la banda luminosa generata dalla Via Lattea. Secondo il periodico Current Biology, si tratta del “primo caso documentato in cui nel regno animale si fa uso della Via Lattea per orientarsi”.

nut-milky-way1

Il ricercatore Marcus Byrne afferma che gli scarabei stercorari possiedono “un vero e proprio sistema di navigazione a vista in grado di funzionare con la più fioca luce stellare sfruttando una limitata capacità di calcolo”. Aggiunge che “hanno quindi il potenziale per insegnare all’uomo a elaborare complesse informazioni visive”.

Goddess Nut

Gli scarabei spingono lo sterco con le zampe fin dentro alle proprie tane e vi depongono le uova.

300px-Nun_Raises_the_Sun

Gli antichi immaginarono che fosse uno scarabeo a far rotolare il Sole nel mondo sotterraneo durante la notte, per poi spingerlo all’esterno per dare luogo a una nuova alba il mattino seguente. In virtù di questa connessione allo scarabeo venivano aggiunte le ali o gli artigli del falco, animale che rappresenta l’incarnazione del Sole nel cielo.

Il Dio Scarabeo Khepri era colui che spingeva ogni mattina Ra, il dio sole di Eliopoli fuori dalla Duat, l’Oltretomba, rinnovando la rinascita di Nut, madre di Osiride, Iside, Seth e Nefti.

Divenne un amuleto frequentemente usato per auspicare la rinascita dello spirito nel mondo ultraterreno. Un Capitolo del Libro dei Morti  contiene la Formula dello Scarabeo del Cuore, che esortava  il cuore a non testimoniare contro il defunto davanti al Tribunale di Osiride.

GettyImages-463925099 2

UNA PIRAMIDE IN VATICANO

mappa

Molti turisti rimangono colpiti, nel visitare Roma, da un curioso monumento dell’antico impero: la piramide Cestia, eretta nel I Sec. D.C. in zona Ostiense, tomba del septemvirus epulones, Gaio Cestio Epulone.

La Piramide Cestia

La Piramide Cestia

Ma quella non è l’unica piramide costruita e presente nell’antica Roma. Una piramide molto simile si ergeva nella piana del Vaticano, appena oltre il confine nord ovest della città. Di questa piramide, le cui dimensioni dovevano essere simili, se non maggiori di quella Cestia, non è rimasta più traccia nel tessuto urbano contemporaneo di Roma. Non si sa se fosse più antica della tomba di Gaio Cestio Epulone nè quale ne fosse la funzione. Si sa dell’esistenza del monumento principalmente attraverso le succinte descrizioni presenti nelle guide di Roma databili ai secoli XII-XIV, redatte in latino medievale ed in volgare, a beneficio dei pellegrini e dei viaggiatori. Purtroppo questi resoconti non erano molto dettagliati, ma danno ugualmente un’idea di quale aspetto avesse il monumento e di dov’era situato.

mappa2

Gli Horti Agrippinae (i Giardini di Agrippina) erano un’area aperta che si estendeva sulla sponda occidentale del Tevere, un tempo esterna ai confini della città, racchiusa tra lo stesso fiume (ad Est), il colle Vaticano (ad Ovest) e il colle Gianicolo (a Sud), corrispondente all’odierno rione Borgo e alla Città del Vaticano. Lì sorgeva anche lo stadio edificato dagli imperatori Gaio (più noto come Caligola) e Nerone, inaugurato nel 56 d.C.. Un altro edificio imponente presso la riva del fiume era il mausoleo dell’imperatore Adriano, terminato attorno al 135 d.C., oggi conosciuto come Castel Sant’Angelo, essendo stato trasformato in una fortezza nell’alto medioevo. La piramide fu eretta tra questi due imponenti edifici e all’incrocio di due assi viari, all’altezza del ponte di Nerone sul Tevere.

Roma - S Pietro, Castel Sant'Angelo, Palazzo di giustizia

Durante il medioevo l’imponenza delle suddette piramidi fece senz’altro presa sull’immaginazione della gente, che le associarono a Romolo, il mitico fondatore e primo re di Roma, e a suo fratello Remo e chiamata Meta Romuli. Alcune fonti parlano esplicitamente del monumento come la Tomba di Romolo. La Meta Romuli rimase integra fino al 1499. In quell’anno papa Alessandro VI fece raddrizzare la principale strada del rione, che ribattezzò dal proprio nome via Alexandrina. Per tale ragione circa metà della piramide, che ostruiva la strada, venne sacrificata. La porzione rimanente scomparve qualche decennio dopo, nel 1564, quando la vicina chiesa di Santa Maria in Traspontina fu demolita e ricostruita 100 metri più in là, dov’è situata ancora oggi.

Esistono diverse raffigurazioni della piramide vaticana in opere d’arte a cavallo tra i secoli XIII e XVII, molte delle quali sono attendibili, perché risalgono al tempo in cui il monumento era ancora esistente. Uno dei primi esempi è un affresco di Cimabue (1280), nella Basilica Superiore di Assisi, purtroppo in cattivo stato di conservazione.

La crocifissione di San Pietro di Cimabue

La crocifissione di San Pietro di Cimabue

La piramide vaticana è rappresentata ancora oggi all’interno delle Stanze Vaticane, oggi Musei Vaticani, nell’affresco La visione della Croce (1520-24), di Giulio Romano e altri aiuti di Raffaello, in cui nel panorama sullo sfondo si scorgono la Meta Romuli e il mausoleo di Adriano.

Screenshot 2015-11-11 17.11.56

A PYRAMID INSIDE THE VATICAN

mappa

Many people know one of the great, most curious, ancient roman ruins, the pyramid where Cestius was buried (first century BC). Yet this is not the only monument of this kind to have been built in ancient Rome.

Piramide Cestia

The Piramide Cestia in Rome

A very similar one once stood in the Vatican area, just outside the north-western boundary of the city. Of this second pyramid, whose size was similar to the surviving one, if not even larger, no trace at all has survived. Whether it was older than the aforesaid tomb of Gaius Cestius cannot be told, nor what was its purpose, although it may have likely been another tomb, as well. We know about the monument mostly from scanty descriptions found in guides of Rome dating back to the 12th-14th centuries, written in medieval Latin and in early Italian, for the benefit of pilgrims and travellers. Unfortunately, these accounts were not very detailed, but still give us an idea of what the monument looked like, and where it was located.

mappa2

The Horti Agrippinae (Gardens of Agrippina) were an open area on the western bank of the Tiber, once outside the city boundary, bordered by the river itself (to the east), the Vatican Hill (to the west) and the Janiculum Hill (to the south), which today corresponds to Borgo district and the Vatican City. There stood the circus built by emperors Gaius (better known as Caligula) and Nero. Not far away, at the bank of the majestic river stood the Mausoleum of Hadrian, renamed Castel Sant’Angelo after being transformed into a fortification. The pyramid was built between these two large buildings at the intersection of two main streets , just across the bridge of Nero.

Roma - S Pietro, Castel Sant'Angelo, Palazzo di giustizia

During the Middle Ages the grandeur of the white pyramid certainly captured the attention of the common people, who related them to Romulus, the mythical founder and first king of Rome, and to his brother Remus and known as Meta Romuli. Some sources speak explicitly of the monument in terms of “Tomb of Romulus”.

The Meta Romuli survived as a whole until 1499. In that year, pope Alexander VI had the main street of Borgo district straightened, and renamed via Alexandrina after himself. For this reason about one half of the pyramid, which obstructed the street, was sacrificed. The remaining part disappeared a few decades later, in 1564, when the nearby church of Santa Maria in Traspontina was taken down and rebuilt 100 metres off the original spot, where it still stands today.

Several depictions of the Meta Romuli exist in works of art, spanning from the 13th to the 17th centuries, most of which are reliable, as they date back to times when the monument was still standing. One of the earliest examples is a fresco by Cimabue (1280 A.D.), in the Upper Basilica in Assisi, unfortunately in a poor state of preservation.

cimabue-corcifissione-s-pietro1

Crucifixion of Saint Peter by Cimabue

The Vatican Pyramid is also featured in the fresco The Vision of the Cross (1520-24) inside Vatican Rooms, by Giulio Romano and other assistants of Raphael, whose landscape in the background also includes Hadrian’s tomb.

Screenshot 2015-11-11 17.11.56 Continua a leggere

The Fibonacci numbers have been discovered on a church in Pisa

Screenshot 2015-09-18 22.29.16

For over eight hundred years the façade of the church of San Nicola in Pisa has watched over a message that nobody has ever read before. Recently the front has been restored and the marble cleaned.

The church of San Nicola in Pisa

The church of San Nicola in Pisa

During the process a professor of the University of Pisa, Pietro Armienti, an expert in petrology, closely observed the circular and rectangular inlays of one of the church’s lunettes and discovered a coded message. Studying its geometry the professor realized that the symbols were an explicit reference to the findings of the first great western mathematician Leonardo Fibonacci, who was born in Pisa around 1170. Professor Armienti has just published his research report on “Journal of Cultural Heritage”.

The Church of San Nicola has a first mention in 1097. In 1297-1313 the Augustinians enlarged it probably under design by Giovanni Pisano. During the following centuries the ravages of time left its mark on the inlays of the façade making them unreadable. After its recent restoration, the message carved in the lunette of the portal has emerged with all its details, proving to be a valuable artefact which celebrates the insights that marked the birth in Pisa of a school of thought that transformed the medieval vision of the world and turned Pisa into the cradle of modern scientific thought.

What is Fibonacci Sequence?

Fibonacci's Sequence

Fibonacci’s Sequence

Leonardo Bonacci (c. 1170 – c. 1250), known as Fibonacci,was an Italian mathematician, considered to be the most talented Western mathematician of the Middle Ages.

Leonardo Pisano - Fibonacci

Leonardo Pisano – Fibonacci

Fibonacci was born around 1170 to Guglielmo Bonacci, a wealthy Italian merchant and, by some accounts, the consul for Pisa. Guglielmo directed a trading post in Bugia, a port in the Almohad dynasty’s sultanate in North Africa. Fibonacci travelled with him as a young boy, and it was in Bugia (now Béjaïa, Algeria) that he learned about the Hindu–Arabic numeral system. Fibonacci travelled extensively around the Mediterranean coast, meeting with many merchants and learning of their systems of doing arithmetic. He soon realised the many advantages of the “Hindu-Arabic” system. In 1202 he completed the Liber Abaci (Book of Abacus or Book of Calculation) which popularized Hindu–Arabic numerals in Europe.

Liber Abaci posed, and solved, a problem involving the growth of a population of rabbits based on idealized assumptions. The solution, generation by generation, was a sequence of numbers later known as Fibonacci numbers. Although Fibonacci’s Liber Abaci contains the earliest known description of the sequence outside of India, the sequence had been noted by Indian mathematicians as early as the sixth century. In the Fibonacci sequence of numbers, each number is the sum of the previous two numbers.

Fibonacci Sequence in Nature

The Fibonacci numbers are Nature’s numbering system.

Nautilus

Nautilus

They appear everywhere in Nature, from the leaf arrangement in plants, to the pattern of the florets of a flower, the bracts of a pinecone, or the scales of a pineapple.

Aloe

Aloe

The Fibonacci numbers are therefore applicable to the growth of every living thing, including a single cell, a grain of wheat, a hive of bees, and even all of mankind. Plants do not know about this sequence – they just grow in the most efficient ways. Many plants show the Fibonacci numbers in the arrangement of the leaves around the stem. Some pine cones and fir cones also show the numbers, as do daisies and sunflowers.

Sunflower's seed arrangement

Sunflower’s seed arrangement

pisa_675

Apparently studying the diameters of the various circles one obtains the first nine elements of the Fibonacci sequence: 1,2, 3, 5, 8, 13, 21, 34 and 55. According to Professor Armienti the reference could not be more explicit and directly connects the inlay to the work of the great mathematician, or at least to a circle of his immediate colleagues or students. It appears that the inlay is an abacus which represents irrational numbers as well as made to calculate with good approximation the sides of the regular polygons inscribed in the circle with the largest diameter.
This is thus an important monument designed to instruct the elites according to the Scholastic programme. A precious gift which has been sent down to us from over eight hundred years ago and which can finally be valued.

La serie di Fibonacci sulla facciata della chiesa di San Nicola a Pisa

Le geometrie dell'intarsio contenuto nella lunetta esplicito alla sequenza di Fibonacci

Le geometrie dell’intarsio contenuto nella lunetta esplicito alla sequenza di Fibonacci

È un richiamo esplicito alle scoperte del primo grande matematico dell’Occidente cristiano, Leonardo Fibonacci, ed è riemerso durante un recente restauro che ha riportato alla luce i marmi della Chiesa di San Nicola in via Santa Maria a Pisa.

La chiesa di San Nicola a Pisa

La chiesa di San Nicola a Pisa

Un originale studio del prof. Pietro Armienti, docente di Petrologia e Petrografia dell’Università di Pisa, recentemente pubblicato sul Journal of Cultural Heritage, ha permesso di interpretare le eleganti geometrie dell’intarsio della lunetta sopra l’originario portale principale come un riferimento alla celebre successione numerica individuata dal matematico pisano.
“Per secoli i segni del tempo avevano reso illeggibili gli intarsi della facciata della chiesa, la cui costruzione, che risale al XIII secolo, viene da molti attribuita a Nicola Pisano. Dopo il restauro, il messaggio scolpito nella lunetta del portale è emerso in tutti i suoi dettagli e ha permesso di dimostrare che il pregevole manufatto, che ha comportato il lavoro congiunto di matematici, teologi, artigiani, celebra le intuizioni che segnarono a Pisa la nascita di una scuola di pensiero capace di trasformare la visione medievale del mondo e di fare della città la culla della pensiero scientifico moderno.

Cos’è la sequenza di Fibonacci?

La sequenza di Fibonacci

La sequenza di Fibonacci

Leonardo Pisano detto il Fibonacci (1175-1250), cioè figlio di Bonaccio, individuò questa serie per la prima volta nel 1202, per risolvere un problema pratico: quante coppie di conigli si ottengono in un anno da una sola coppia supponendo che produca ogni mese (tranne il primo) una nuova coppia che a sua volta diventa fertile a partire dal secondo mese? (La risposta è 144 coppie di conigli).

Leonardo Pisano detto il Fibonacci

Leonardo Pisano detto il Fibonacci

Assieme al padre Guglielmo dei Bonacci, facoltoso mercante pisano e rappresentante dei mercanti della Repubblica di Pisa nella zona di Bugia in Cabilia (regione dell’odierna Algeria), passò alcuni anni in quella città, dove studiò i procedimenti aritmetici che studiosi musulmani stavano diffondendo nelle varie parti del mondo arabo. Qui ebbe anche precoci contatti con il mondo dei mercanti e apprese tecniche matematiche sconosciute in Occidente. Alcuni di tali procedimenti erano stati introdotti per la prima volta dagli indiani, portatori di una cultura molto diversa da quella mediterranea. Proprio per perfezionare queste conoscenze Fibonacci viaggiò molto, arrivando a Costantinopoli, alternando il commercio con gli studi matematici. Molto dovette ai trattati di Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi, Abu Kamil e ai maestri arabi, senza però essere mero diffusore della loro opera. Ritornato in Italia, la sua notorietà giunse anche alla corte dell’imperatore Federico II, soprattutto dopo aver risolto alcuni problemi del matematico di corte. Per questo motivo gli fu assegnato un vitalizio che gli permise di dedicarsi completamente ai suoi studi.

Nel 1202 pubblicò, e nel 1228 riscrisse (lo fece pubblicare solo dopo la sua morte però, lasciandolo nel suo testamento) il Liber abbaci, opera in quindici capitoli con la quale introdusse per la prima volta in Europa (nel capitolo I) le nove cifre, da lui definite “indiane”, e il segno 0 che in latino è chiamato zephirus, adattamento dell’arabo sifr, ripreso a sua volta dal termine sanscrito śūnya, che significa “vuoto”. Zephirus in veneziano divenne zevero ed infine comparve l’italiano “zero”. Per mostrare ad oculum l’utilità del nuovo sistema egli pose sotto gli occhi del lettore una tabella comparativa di numeri scritti nei due sistemi, romano e indiano. Fibonacci espose così per la prima volta in Europa la numerazione posizionale indiana (adottata poi dagli arabi). All’epoca il mondo occidentale usava i numeri romani e il sistema di numerazione greco e i calcoli si eseguivano con l’abaco. Questo nuovo sistema stentò molto ad essere accettato, tanto che nel 1280 la città di Firenze proibì l’uso delle cifre arabe da parte dei banchieri. Si riteneva infatti che lo “0” apportasse confusione e venisse impiegato anche per mandare messaggi segreti e, poiché questo sistema di numerazione veniva chiamato “cifra”, da tale denominazione deriva l’espressione “messaggio cifrato”.

Nella successione di Fibonacci ogni numero è il risultato della somma dei due precedenti: 0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13… fino all’infinito. Fino al XIX secolo a questa successione non fu attribuita alcuna importanza, finché si scoprì che può essere applicata, per esempio, nel calcolo delle probabilità, nella sezione aurea e nel triangolo aureo.

La sezione di un Nautilus

La sezione di un Nautilus

I numeri di Fibonacci si trovano anche in natura, per esempio nella disposizione delle foglie.

La pianta di Aloe

La pianta di Aloe

In molti alberi, scegliendo una foglia su uno stelo e assegnandole il numero “0”, contando il numero di foglie fino ad arrivare a una perfettamente allineata con la foglia “0”, probabilmente si troverà un numero di Fibonacci. Anche i petali di moltissimi fiori sono un numero di Fibonacci.

Girasole

Girasole

Secondo l’interpretazione del professor Armienti, le eleganti simmetrie dell’opera sono un richiamo diretto alle scoperte del matematico pisano: “Se si assume come unitario il diametro dei cerchi più piccoli dell’intarsio, i più grandi hanno diametro doppio, i successivi triplo, mentre quelli di diametro 5 sono divisi in spicchi nei quadratini ai vertici del quadrato in cui è inscritto il cerchio principale, quello centrale ha diametro 13 mentre il cerchio che circoscrive i quadratini negli angoli ha diametro 8. Gli altri elementi dell’intarsio disposti secondo tracce circolari individuano circonferenze di raggio 21 e 34, infine il cerchio che circoscrive l’intarsio ha diametro 55 volte più grande del circolo minore. 1,2,3,5,8,13,21,34,55 sono i primi nove elementi della successione di Fibonacci”.

pisa_675
Per Armienti, il riferimento non potrebbe essere più esplicito e collega direttamente l’intarsio all’opera del grande matematico o a una cerchia di suoi diretti collaboratori o allievi. L’intarsio di fatto è un abaco per rappresentare numeri irrazionali come p o il rapporto Aureo f, oltre che per calcolare con un’ottima approssimazione i lati dei poligoni regolari inscritti nel cerchio diametro maggiore. Si tratta dunque di un importante monumento la cui presenza era stata concepita per l’educazione delle élites, secondo il programma della filosofia scolastica: un dono prezioso della sapienza degli antichi giunto dopo ottocento anni di oblio.

La stella Sirio e i Santi Cani di Agosto

s-cristoforo-274x512

San Cristoforo Cinocefalo, Museo Bizantino e Cristiano di Atene

I giorni estivi, quelli più caldi di agosto, dominati dal segno del Leone, sono detti anche della Canicola perché anticamente, in estate, splendeva nel cielo la costellazione del Cane Maggiore, che contiene, proprio sul muso, Sirio la stella più luminosa del firmamento, spesso indicata essa stessa come Cane.
Il nome Sirio deriva dal greco seiriào, che significa ardente.

La costellazione del Cane Maggiore e la Stella Sirio

La costellazione del Cane Maggiore e la Stella Sirio

Ai tempi degli egizi, levava a ridosso del Solstizio estivo e annunciava, come una sentinella, la piena del Nilo. A causa della progressione degli equinozi, nel primo millennio avanti Cristo, levava con il sole a luglio, dominando così i giorni più caldi d’estate, mentre ai tempi nostri leva a settembre per apparire ad ottobre verso sud est.
Molti sono i miti legati alla costellazione del Cane. Secondo alcuni rappresenta il cane di Orione, raffigurato dalla vicina costellazione; secondo un’altra vulgata, si tratterebbe di Maira, la cagna di Icario. Icario era un giardiniere dell’Attica, al quale Dioniso dopo aver rivelato la coltivazione della vite, diede ordine di partire per diffonderla fra gli uomini. Alcuni contadini, dopo essersi ubriacati, pensando che volesse derubarli, lo uccisero e ne sotterrarono il corpo.

house-dionysos-mosaic-pafos

Dionisio, Erigone e Icario

Fu la figlia Erigone, accompaganta dalla cagnetta Maira, a ritrovarlo e dal dolore si impiccò. Strana vicenda quella di Erigone: vergine povera ed errante, ma unica fra le donne legate in qualche modo a Dioniso, ad accedere al Cielo, nella costellazione della Vergine. Il suo ricordo restò vivo nell’immaginario greco ricordata nella cerimonia delle Antesterie, quando le ragazzine ateniesi poco prima di lasciare la fanciullezza e prendere marito, si dondolavano sulle altalene e appendevano bamboline ai rami degli alberi.
Di una Vergine Errante raccontano anche gli egizi: accompagnata dal cane Anubi, Iside vagò a lungo alla ricerca dello sposo – fratello Osiride, associato alla costellazione di Orione.

Il Dio Anubi - Libro dei Morti

Il Dio Anubi – Libro dei Morti

Si dice che Iside, dopo la morte di Osiride, si strappò un ricciolo dai capelli; lo stesso fece anche Erigone. Ed infatti, poco distante dal Cane e dalla Vergine c’è un’altra costellazione immaginata come un ricciolo: la Chioma di Berenice. La levata eliaca di Sirio  avviene mentre la costellazione della Vergine sorge ad Est. Questo molto verosimilmente è il motivo perché questo particolare momento fu associato ad una dea-vergine.

Priamo, dalle altis­sime mura della città di Troia, vede soprag­giun­gere il temi­bile Achille, rab­bioso come un cane nella sua splen­dente arma­tura: «rag­giante come una stella cor­reva per la pianura;/ come si leva l’astro autun­nale, chiari i suoi raggi/ appa­iono fra innu­me­re­voli stelle nel cuor della notte:/ esso è chia­mato il Cane d’Orione,/ ed è il più lucente, ma dà pre­sa­gio sinistro/ e molta feb­bre porta ai mor­tali infe­lici».
Nell’Iliade ogni imma­gine, ogni meta­fora è stu­diata e con­di­visa da chi l’ascolterà. Qui Achille è preso da lyssa, la rab­bia dei guer­rieri, e tra poco, furente, «come il fuoco», farà a pezzi il suo rivale Ettore, mas­sa­cran­done il cada­vere come un cane idro­fobo. Quando, molti secoli dopo, si sco­prì il virus che tra­smette la rab­bia, non fu un caso se lo si chiamò Lyssavirus.

Achille contro Ettore

Achille contro Ettore

Achille per Omero è la stella Sirio, della costel­la­zione del Cane d’Orione (Cane Mag­giore), il mitico cac­cia­tore ucciso dalla dea Diana e da Giove tra­sfor­mato in costellazione.

La stella Sirio segnava l’inizio del caldo sof­fo­cante, della cani­cola (da cani­cula, «pic­colo cane»), quando sor­geva e tra­mon­tava con il Sole, secondo una tra­di­zione medie­vale da san Cri­sto­foro a san Bar­to­lo­meo, cioè dal 24 luglio al 24 ago­sto. Forse la sua «forma» canina è legata al fatto che gli anti­chi abi­tanti del Medi­ter­ra­neo cono­sce­vano gli effetti che il periodo aveva sui cani: certo più agili e sve­gli durante la cac­cia, ma il loro affan­noso ansi­mare poteva con­durli ad un’eccessiva disi­dra­ta­zione e quindi alla malat­tia e alla rab­bia. Pli­nio scrive: «la rab­bia dei cani è dan­no­sis­sima per l’uomo quando insorge durante il periodo (…) in cui brilla la stella Sirio: nelle per­sone che sono state così morse si sviluppa una letale idro­fo­bia». In una men­ta­lità intrisa di magi­che con­nes­sioni il rime­dio sarà la radice di una rosa, cono­sciuta oggi come rosa canina. E allora San Rocco, festeggiato il 16 ago­sto, è rappresentato accom­pa­gnato da un cagno­lino con in bocca una rosetta. Sarebbe stato infatti il qua­dru­pede a sal­var­gli la vita por­tan­do­gli quo­ti­dia­na­mente da man­giare quando era ancora debole e solo, appena scam­pato dalla malattia.

San-Rocco-Pellegrino-e-Taumaturgo2

San Rocco e il cane

San Cristoforo, il cinocefalo tra­ghet­ta­tore di umani, è ricor­dato il 25 luglio, la sua sto­ria viene nar­rata da Jacopo da Vara­gine in modo molto roman­zato: era un gigante di altis­sima sta­tura che, desi­de­roso di ser­vire il re più potente della terra, si mise al seguito di vari per­so­naggi, com­preso il dia­volo.

Santi Cristoforo cinocefalo e Giorgio, Macedonia, VI-VII secolo

Santi Cristoforo cinocefalo e San Giorgio, Macedonia, VI-VII secolo

Ma un giorno, vedendo costui tre­mare davanti a una croce, comin­ciò a cer­care Cri­sto, con­ver­ten­dosi al cri­stia­ne­simo. Divenne un tra­ghet­ta­tore di per­sone lungo un fiume piut­to­sto peri­co­loso ma, visto che era un gigante, gli veniva abba­stanza facile. Un bel giorno, gli chiese di essere tra­ghet­tato un bam­bino, che però durante il per­corso divenne sem­pre più pesante, come un piombo, tanto che lo stesso Cri­sto­foro cre­dette di anne­gare. Giunti final­mente a riva, Cri­sto­foro spiegò la sua paura e disse che gli sem­brava di aver tra­spor­tato tutto il peso del mondo. A que­sto, il «bam­bino» spiegò: «Non stu­pirti, Cri­sto­foro, per­ché sulle tue spalle non sol­tanto hai por­tato tutto il mondo, ma colui che ha creato il mondo».

San Cristoforo cinocefalo, Bitinia (Chiesa di San Giorgio, Cegelkoy, Turchia)

San Cristoforo cinocefalo, Bitinia (Chiesa di San Giorgio, Cegelkoy, Turchia)

Nella tra­di­zione orien­tale Cri­sto­foro è un gigante con la testa di cane, pro­ve­niente dalla terra cana­nea o da Cino­poli, la «città dei cani». Il suo mar­ti­rio fu all’insegna del calore, essen­do­gli stato, tra l’altro, calato sul capo un casco arro­ven­tato men­tre sedeva su di una sedia, anch’essa rovente.
Un altro cane, con una tor­cia accesa in bocca, ritorna nell’iconografia di san Dome­nico di Guz­man, festeg­giato il 6 ago­sto. Fon­da­tore dell’ordine dei pre­di­ca­tori, in un gioco di parole detti «Domini canes», i «cani del Signore», ovvero i Dome­ni­cani. La sua legenda rac­conta che la madre, ancora incinta di lui, avesse sognato di por­tare in grembo un pic­colo cane con in bocca una tor­cia con la quale infiam­mava l’universo.

Coello Claudio “San Domenico di Guzman” - Olio su tela, 1685, Museo del Prado, Madrid

Coello Claudio “San Domenico di Guzman” – Olio su tela, 1685, Museo del Prado, Madrid

Due cani all'ingresso della chiesa dominicana di San Lucifero a Cagliari

Due cani all’ingresso della chiesa dominicana di San Lucifero a Cagliari

Dalla furia di Achille al cagno­lino sco­din­zo­lante di san Rocco, vin­ci­tore su di un altro sim­bo­lico fuoco, quello della Peste Nera, la cani­cola nei mil­lenni è stata oggetto di una rein­ter­pre­ta­zione in chiave mitico-rituale che ha per­messo agli uomini di gestirla, di sop­por­tarla, di non averne paura. Per­ché a volte può essere dav­vero peri­co­losa, soprat­tutto quando il sole è allo zenith, a mez­zo­giorno, tempo in cui la natura sem­bra fer­marsi e gli effetti fecon­danti dell’astro solare cedono il passo a sen­sa­zioni oppri­menti, al tae­dium vitae e ai demoni più ter­ri­bili: dalle empuse al dio Pan e alle ninfe, che in agguato presso le sor­genti d’acqua acce­cano chiun­que osi guar­darli; dalle sirene, già nell’antichità messe in rela­zione con la stella Sirio, alle arpie o ai vam­piri, sem­pre pronti a dis­sec­care gli incauti che sfi­dano gli dei e i tabù dei demoni meri­diani. Ma anche ai pic­coli insetti che mor­dono e rimor­dono sotto i lividi cieli asso­lati del Medi­ter­ra­neo: chi ha detto che il male debba neces­sa­ria­mente appo­starsi nell’ombra? Il caldo abba­gliante del mez­zo­giorno può essere ben più mali­gno, acce­cante e allucinatorio.

1400_1050_30415974

Bibliografia:

A Mario Sordi, Il Santo Cane

C. Corvino, I messaggeri bollenti di Sirio

NATALE DI ALATRI 2015

Le mura poligonali dell’Acropoli di Alatri, di origine megalitica, sono oggetto da anni di un malinteso relativo alla loro datazione, secondo il quale sarebbero da attribuire alla mano degli antichi Romani. Solo attraverso studi indipendenti sarà possibile ristabilire la verità sull’origine di un sito così controverso, la cui tecnica costruttiva nulla ha a che fare con quella utilizzata dai Romani. Il video mostra la giornata internazionale di studio organizzato il 21 giugno 2015 all’alba del Solstizio d’Estate sull’Acropoli di Alatri a cui hanno partecipato Robert Bauval, Sandro Zicari, Chiara Dainelli, Paolo Debertolis e Daniele Gullà.