NATALE DI ALATRI 2015

Le mura poligonali dell’Acropoli di Alatri, di origine megalitica, sono oggetto da anni di un malinteso relativo alla loro datazione, secondo il quale sarebbero da attribuire alla mano degli antichi Romani. Solo attraverso studi indipendenti sarà possibile ristabilire la verità sull’origine di un sito così controverso, la cui tecnica costruttiva nulla ha a che fare con quella utilizzata dai Romani. Il video mostra la giornata internazionale di studio organizzato il 21 giugno 2015 all’alba del Solstizio d’Estate sull’Acropoli di Alatri a cui hanno partecipato Robert Bauval, Sandro Zicari, Chiara Dainelli, Paolo Debertolis e Daniele Gullà.

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Kircher e il mistero del quarto lato dell’Obelisco impossibile da tracciare

L'Obelisco della Minerva

L’Obelisco della Minerva

Alla fine del 1615, Pietro Della Valle, cavaliere e patrizio romano, durante un viaggio in Egitto trova nella città del Cairo un antico vocabolario copto-arabo. Questo vocabolario, secondo le sue parole, era «nascosto tra uomini le cui menti ignoranti erano incapaci di apprezzarlo». Lo riporta a Roma, dove è sicuro sarà un valido aiuto per riscoprire la lingua degli antichi egizi.

A Roma, Nicolaus Fabricius, senatore reale di Aquisgrana, vuole tradurlo in latino: per farlo contatta Athanasius Kircher, suo buon amico. Malgrado la ritrosia iniziale, non sentendosi all’altezza dell’operazione, alla fine egli accetta. Quando poi la notizia della traduzione arriva alle orecchie di Papa Urbano VIII, Kircher è richiamato a Roma per eseguire lì l’operazione.

Malgrado l’autore si auguri nell’introduzione di essersi «acquistato da una posterità riconoscente qualche ringraziamento quando a tempo debito avrà tratto tutti i frutti del nostro lavoro», l’accademia ricorda Kircher solo come aneddoto storico. La sua traduzione dei geroglifici egizi è ritenuta errata e si dovrà attendere la scoperta della Stele di Rosetta nel 1799 da parte dell’esercito napoleonico e il 1821 per un’interpretazione definitiva dei geroglifici ad opera di Jean-François Champollion.

La Stele di Rosetta (British Museum di Londra)

La Stele di Rosetta (British Museum di Londra)

Kircher adottò un metodo di interpretazione dei geroglifici radicalmente diverso da quello ritenuto corretto oggi: Kircher pensava che ogni simbolo racchiudesse in sé una molteplicità infinita di significati, rivelati dalla divinità direttamente a chi li aveva scritti.

Eppure, nel 1665 accade un fatto difficilmente spiegabile con questi presupposti.

Nell’orto dei Padri Dominicani di Santa Maria sopra Minerva viene riportato alla luce un obelisco di piccolo dimensioni. Padre Kircher, direttore all’epoca del vicino Collegio Romano, è naturalmente incuriosito dal ritrovamento ma sta partendo per il suo annuale ritiro spirituale alla Mentorella. Lascia al padre gesuita Giuseppe Petrucci, suo collaboratore personale, il compito di tenerlo informato. Con queste parole padre Petrucci racconta quanto accadde:

“Scavandosi nell’orto dei Reverendi Padri della Minerva, portò il caso che fosse ritrovato un obelisco, il quale quanto appariva inferior nella grandezza a tutti gli altri, altrettanto appariva più perfetto e più intero. Al Padre Atanasio Kircher, competente su queste faccende, fu chiesto che ne desse piena contezza; ma capitava che dovendo compiere la sua annuale missione alla Madonna della Mentorella, lasciò a me l’incarico che, appena fosse stato completamente scoperto, ne inviassi un disegno a Tivoli, dove egli si sarebbe fermato. Accadde che solamente tre lati si potessero disegnare, per cui essendo io impaziente di non ritardare la missione affidata, inviai copia soltanto di quelli. Nella risposta fattami dal Padre, con grande meraviglia di chi vide, e di molte persone di dottrina non ordinaria, mi mandò il quarto lato, disegnato di proprio pugno.

I quattro lati dell'obelisco disegnati da Athanasius Kircher

I quattro lati dell’obelisco disegnati da Athanasius Kircher

 

A vista cotanto inaspettata, stupefatto e curioso corsi subito a vedere se corrispondeva con l’originale, e rinvenni essere il medesimo contenuto, senza segno di variazione alcuna, anzi in quei luoghi done non v’erano scolpite figure, Egli supplì, con espormi ciò che mancava […]”

Kircher riuscì ad immaginare l’iscrizione geroglifica sulla quarta faccia dell’obelisco semplicemente conoscendone le altre tre. Di sicuro Kircher non utilizzava il metodo di Champollion per interpretare i geroglifici. Ma è altrettanto sicuro che il metodo magico, ritenuto dagli storici ‘fantasioso’, utilizzato da Kircher non gli permettesse la piena conoscenza della scrittura sacra egizia?

Papa Alessandro VII Chigi incaricherà Gian Lorenzo Bernini di collocare l’obelisco nella piazza antistante la chiesa di Santa Maria Sopra la Minerva e Athanasius Kircher collaborerà alla progettazione dell’opera.

POVERI DIAVOLI OVVERO GLI DEI DELLE ERE ZODIACALI PASSATE

Il Mito del passaggio dall’Era del Toro all’Era dell’Ariete
Il mito di Acheloo, il Dio Toro, simbolo dell’Era del Sole nella Costellazione zodiacale del Toro (circa 4000 a.C. – 2000 a.C.) sconfitto da Ercole (il Sole) e l’avvento di Zeus Ammone, il Dio Ariete (2000 a.C. – 0 a.C.).
Il Dio Toro Acheloo

Il Dio Toro Acheloo

 

Acheloo, nella mitologia greca, è il dio fluviale dell’Etolia, figlio del Titano Oceano e sua sorella Teti. E’ il secondo fiume, per lunghezza, della Grecia e corrisponde all’odierno Aspropotamo.

 

 Levata del Sole all’Equinozio di Primavera nel segno zodiacale del Toro (4000 a.C. – 2000 a.C.)

Secondo la leggenda, Acheloo si invaghì di Deianira, figlia di Eneo e di Altea, e ne contese ad Eracle la mano. Iniziò la lotta ed Acheloo, che aveva la facoltà di assumere l’aspetto che più gli piaceva, si trasformò in un enorme serpente che Eracle riuscì, quasi, a soffocare. Divincolatosi, si trasformò in un toro, ma fu sconfitto e gettato nel fiume. Nella caduta, uno dei due corni che Eracle aveva afferrato, si staccò, mutilando Acheloo per sempre.
Questi si considerò vinto e gli cedette il diritto di sposare Deianira, ma gli richiese il suo corno, dandogli in cambio un corno della capra Amaltea, la nutrice di Zeus, le ninfe Naiadi, riempirono il corno di Acheloo di fiori e di frutti consacrandolo alla dea dell’abbondanza e da qui nacque la leggenda della cornucopia.
Zeus Ammone

Zeus Ammone

 Levata del Sole all’Equinozio di Primavera nel segno zodiacale dell’Ariete (2000 a.C. – 0 a.C.)

Papa Francesco e il Santo Inquisitore Gesuita di Giordano Bruno e di Galileo Galilei

Il 21 febbraio 2001 Jorge Mario Bergoglio fu nominato cardinale da papa Giovanni Paolo II con il titolo di San Roberto Bellarmino. Ma chi è il Santo associato alla nomina cardinalizia di papa Francesco?

Papa Giovanni Paolo II e il cardinale Bergoglio

Papa Giovanni Paolo II e il cardinale Bergoglio

Roberto Francesco Romolo Bellarmino (Montepulciano, 4 ottobre 1542 – Roma, 17 settembre 1621) fu un teologo gesuita, scrittore e cardinale italiano. Sua madre, Cinzia Cervini era la sorella di papa Marcello II, papa di elevata moralità e spiritualità, e antinepotista, morto dopo nemmeno un mese di pontificato.

Ritratto del cardinale Roberto Bellarmino

Ritratto del cardinale Roberto Bellarmino

Fu battezzato dal cardinale fiorentino Roberto Pucci al quale probabilmente deve l’onore del suo primo nome, mentre il secondo è in riferimento a Francesco d’Assisi, il santo onorato il 4 ottobre giorno della sua nascita; Romolo fu dato in onore di un antenato della famiglia.

Dopo un’iniziale educazione in famiglia, vista l’inclinazione religiosa, fu inviato per gli studi presso i padri gesuiti da poco arrivati anche a Montepulciano, dei quali sua madre aveva grande stima. A diciotto anni entrò presso il Collegio Romano e il giorno dopo fece la prima professione religiosa.

 

Giordano Bruno e Roberto Bellarmino

Il caso di Giordano Bruno, filosofo e monaco domenicano condannato al rogo per eresia, fu un evento che scaturì dalla dura reazione controriformista ai tentativi di riformare il Cristianesimo iniziati alcuni decenni prima con la Riforma Protestante e proseguiti successivamente con il Movimento Ermetico. L’istruzione dell’inchiesta e del processo ebbe luogo nel 1593 e la sentenza fu emessa nel 1600: coinvolse Bellarmino dal 1597, da quando fu nominato consultore del Santo Uffizio.

Giordano Bruno

Giordano Bruno

I sei consultori del Sant’Uffizio chiesero che l’imputato fosse torturato, ma il papa negò il suo consenso. Il tentativo disperato di Bruno fu quello di abiurare ex nunc, ammettendo cioè che solo da poco i temi di cui egli aveva trattato filosoficamente erano diventati dogmi di fede, quindi giustificandosi con la mancanza di norme di ortodossia al riguardo. Questa scappatoia non gli fu concessa dal Santo Uffizio e il 15 febbraio gli fu imposta un’abiura totale. La completa ammissione gli avrebbe risparmiato la condanna a morte, ma alla fine Giordano Bruno preferì mantenere le proprie posizioni decidendo di affrontare la pena. Giordano Bruno fu arso al rogo a Roma in Campo de’ Fiori il 17 febbraio 1600.

 

Galileo Galilei e Romolo Bellarmino

Diverso fu l’atteggiamento di Roberto Bellarmino nei confronti di Galileo Galilei. Galilei ebbe due processi presso il Santo Uffizio: uno nel 1616 e l’altro nel 1633. I processi ebbero luogo fondamentalmente poiché la Teoria Eliocentrica era considerata eretica dai teologi. Infatti, sostenendo che il Sole fosse fisso al centro dell’universo si smentivano alcune frasi contenute nella Bibbia, per esempio “Dio fermò il sole” (Giosuè 10:12), o alcune teorie sostenute dalla Chiesa secondo cui la terra è immobile al centro dell’universo. La dottrina prevalente in quel tempo era infatti che l’infallibilità della Bibbia comprendesse anche il significato letterale, non solo quello simbolico.

Galilei non fu mai condannato per eresia, avendo egli obbedito ai precetti del Sant’Uffizio. E non rinnegò mai la fede cattolica, infatti fino alla sua morte si professò cattolico praticante ottenendo l’indulgenza plenaria in prossimità della sua morte. Era intimo amico di molti cardinali e in particolare di Maffeo Barberini (futuro papa Urbano VIII) oltre che dello stesso Bellarmino.

Il processo contro Galileo Galilei

Il processo contro Galileo Galilei

Bellarmino fu coinvolto solo nel primo processo poiché nel secondo, quando Galilei fu condannato al carcere, egli era deceduto. Il cardinale Bellarmino ebbe rapporti amichevoli, con lo scienziato, sia epistolari che diretti, anche dopo la denuncia di Tommaso Caccini davanti al Santo Uffizio nel 1615.

Durante la prima inchiesta su Galilei, nell’anno 1616, si ebbe l’esame presso il Santo Uffizio della teoria eliocentrica e durante tale valutazione fu ascoltato il Galilei stesso che giunse a Roma. Questi ebbe colloqui diretti anche con il papa Paolo V che invitò il cardinale Bellarmino, che faceva parte del Santo Uffizio, sempre in relazione alla frase della Bibbia, ad ammonire il Galilei di non insegnare le due tesi principali sull’eliocentrismo. In tale occasione la teoria eliocentrica copernicana fu condannata dal Santo Uffizio che si espresse in modo definitivo nel marzo 1616. Essa fu condannata come falsa e formalmente eretica, lasciando la possibilità di fare riferimento ad essa come semplice modello matematico.

Il cardinale Bellarmino aveva espresso una posizione aperta nei confronti dello scienziato, senza mai rinnegare le decisioni del Santo Uffizio, in particolare non ammettendo eccezioni all’infallibilità della Bibbia, nemmeno nel senso letterale della scrittura. Tale posizione è espressa in una lettera inviata il 12 aprile 1615 a padre Paolo Antonio Foscarini, cattolico sostenitore dell’eliocentrismo ed amico di Galilei, lettera nella quale sosteneva di non poter escludere a priori l’attendibilità della teoria eliocentrica, ma rimandando qualsiasi tentativo di proporla come descrizione fisica solo dopo che si avesse avuta la prova concreta e definitiva.

Inoltre poco dopo la condanna dell’eliocentrismo presso il Santo Uffizio del 1616, Galilei chiese ed ottenne un colloquio privato con il cardinale Bellarmino. Il 24 maggio 1616 il cardinale Bellarmino firmò su richiesta dello stesso Galilei una dichiarazione nella quale si affermava che non gli era stata impartita nessuna penitenza o abiura per aver difeso la tesi eliocentrica, ma solo una denuncia all’Indice.

La lettera autografa di Roberto Bellarmino che scagiona Galileo Galilei dall’accusa di eresia

La lettera autografa di Roberto Bellarmino che scagiona Galileo Galilei dall’accusa di eresia

Quel colloquio fu poi ricomposto in modo inventato ad arte e successivamente divulgato, da un grande nemico di Galilei, padre Seguri. In questo verbale apocrifo si diceva che Bellarmino ammoniva Galilei, pena il carcere, di non persistere sulla tesi eliocentrica; cosa niente affatto vera. Il documento falsificato fu poi utilizzato anni dopo nel secondo processo contro Galilei, ma il cardinale Bellarmino era ormai morto e non poteva più testimoniare in favore di Galilei e smentire la veridicità di tale verbale. Il testo completo dell’intervento con cui fu salvata la vita di Galilei, unitamente all’intera documentazione del processo custodita in Vaticano, è stato desecretato nel 2009 grazie alla pubblicazione del libro “I documenti vaticani del processo di Galileo Galilei” curati dal vescovo Sergio Pagano, prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano.

Poco dopo la morte del cardinale Bellarmino, la Compagnia di Gesù ne propose la causa di beatificazione che ebbe inizio nel 1627 durante il pontificato di Urbano VIII, quando gli fu conferito il titolo di venerabile. Oggi è il santo patrono della Pontificia Università Gregoriana. Il suo corpo è venerato dai fedeli nella terza cappella di destra della chiesa di Sant’Ignazio di Loyola a Roma, chiesa del Collegio Romano.

 

Il corpo del santo nella chiesa di Sant'Ignazio di Loyola a Roma

Il corpo del santo nella chiesa di Sant’Ignazio di Loyola a Roma

Alcuni fedeli a lui devoti usano fare questa preghiera: “O Dio, che per il rinnovamento spirituale della Chiesa ci hai dato in San Roberto Bellarmino vescovo un grande maestro e modello di virtù cristiana, fa’ che per sua intercessione possiamo conservare sempre l’integrità di quella fede a cui egli dedicò tutta la sua vita”.

 

 

 

Hiding The Truth in Plain Sight (“The Vatican Heresy”)

[…] Let me quickly get to the point: it is often stated by historians of art and architecture that the Piazza St. Peter’s at the Vatican was designed to represent “the open arms of Mother Church.” This, in fact, is indeed claimed by Gian Lorenzo Bernini himself, the architect responsible for the design.

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We believe it to be a truth, but not the whole truth. Truth often comes in many layers. Revealing only one layer yet dissimulating another will make this partial truth seem to be something very different indeed. This is why today a person on the stand in a court of law will be sworn in to tell not only the truth, but rather the whole truth. We believe that there is another, far more important layer in which rests the whole truth behind Bernini’s grandiose design. This whole truth he, nonetheless, took to his grave, for it was such an unspeakable truth, such a taboo, such a forbidden fruit in his time that the mere mention of it might have brought down the whole edifice of Mother Church— that is to say, the Vatican itself. Yet the amazing daringness of Bernini’s ploy was to hide the truth in plain sight for all to see. Indeed, so well did he do this that everyone who looked—and there have been millions since—did not see it all.

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And when finally some did see it, so outrageous, so fantastic was its implication that they simply preferred to dismiss it as mere coincidence.

Bernini clearly intended it to be a sort of intellectual time bomb meant to be detonated not in his time but when the time was right, when its revelation would not bring down the Vatican, but do, instead, the opposite. To fully appreciate the magnitude of this revelation, and to make our case worthy of the most serious consideration, we had to undertake a chase across nearly two millennia of history, from Greco-Roman Alexandria to Renaissance Rome, sometimes moving at breakneck speed, making Dan Brown’s Angels & Demons seem like a Sunday stroll in the park. It was a thrilling undertaking and, most of all, an amazing eye-opener. No matter what one may think of it, one thing is certain: Christianity and Western culture will never seem the same again.

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Zicari & Bauval at Piazza St Peter’s

But enough said. The die is cast. You have the evidence in your hands. No need to tarry.

We are ready to present our case . . .

 

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L’ ULTIMO BERNINI E’ IL “SALVATOR MUNDI” (di Pina Baglioni)

“Nel giugno del 1654, a soli 24 anni, la regina Cristina di Svezia decise di abdicare e, tra l’orrore di tutta l’Europa Protestante, dichiarò di volersi convertire al Cattolicesimo e trasferire a Roma. Tra Cristina e Gian Lorenzo Bernini nacque una profonda amicizia. Di Bernini una volta ebbe a dire: “chiunque non lo stimi non è degno di stimare se stesso”. La loro amicizia sarebbe durata fino alla morte dell’artista nel 1680 quando Bernini avrebbe chiesto solo a Cristina di recarsi al suo capezzale e di pregare per la sua anima.” (tratto da L’Eresia Vaticana di R. Bauval, C. Dainelli, S. Zicari)

“L’interrogò il suo confessore sopra lo stato di quiete dell’anima sua, e se egli [Bernini] si sentiva scrupoli; rispose: ”Padre mio, io ho da render conto ad un Signore, che per sua sola bontà non guarda in mezzi baiocchi…” (dalla Biografia di G.L. Bernini di Domenico Bernini)

Cristo Salvatore di G.L. Bernini (Basilica S. Sebastiano, Roma)

Cristo Salvatore di G.L. Bernini (Basilica S. Sebastiano, Roma)

 

Con le spalle avvolte da un manto che ha l’effetto del raso, il bellissimo volto incorniciato da fluenti capelli e la mano destra «benedicente», un busto di marmo raffigurante il Signore se ne sta nascosto nell’oscurità di una nicchia. Ricavata nel muro di un piccolo ingresso nel convento di San Sebastiano fuori le Mura, lungo la via Appia antica a Roma.

Sembra che non si tratti di una statua qualsiasi. Grazie a fortunate coincidenze, accadute nell’agosto del 2001, alcuni storici dell’arte vi hanno riconosciuto il Salvator mundi, l’ultima opera di Gian Lorenzo Bernini, il «gran regista del barocco», l’artista “globale” capace di ammonire chiunque con un perentorio: «Non parlatemi di niente di piccolo». Che però «alla fine della sua straordinaria esistenza», scrive Claudio Strinati, specialista del Seicento romano, nonché soprintendente ai Beni artistici e storici di Roma, «chiude la sua parabola in una muta meditazione ». Tanto da realizzare «per sua devotione» un bellissimo busto di Cristo considerato affettuosamente dal vecchio artista il suo “Beniamino”.

Ma alla fine del XVII secolo quest’opera straordinaria scompare. In oltre trent’anni di studi, almeno dal 1972, più di una volta s’è avuta la convinzione di essere giunti al suo ritrovamento. E così il percorso, terminato davanti alla soglia del convento romano di San Sebastiano, è stato piuttosto tortuoso. Nel febbraio scorso il Salvator mundi è stato esposto per la prima volta come autentico del Bernini nella mostra “Velázquez, Bernini, Luca Giordano. Le corti del Barocco” presso le Scuderie del Quirinale di Roma. A mostra conclusa, il busto raffigurante Cristo ha fatto ritorno nella sua oscura e solitaria dimora dell’Appia antica, di nuovo sottratto allo sguardo dei più.

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Studio per il Cristo Salvatore di G.L. Bernini

Quando e perché Gian Lorenzo Bernini scolpì il Salvator mundi? «… Et adesso […] corre l’anno 82 della sua età […] con ottima salute havendo operato in marmo sino all’anno 81 , quale terminò con un suo Salvatore per sua devotione». Questo racconta una biografia berniniana, compilata nel 1680 dal figlio dell’artista Pier Filippo e conservata presso la Biblioteca nazionale di Parigi. Il riferimento, per la prima volta preso in considerazione negli studi sul Salvatore, è stato gentilmente anticipato a 30Giorni dall’architetto Francesco Petrucci, conservatore di Palazzo Chigi di Ariccia, una località a pochi chilometri da Roma. Il nuovo documento è inserito nell’articolo di Petrucci intitolato Il busto del Salvatore di Gian Lorenzo Bernini: un capolavoro ritrovato, di prossima pubblicazione sul Bollettino d’Arte. Bernini dunque muore a ottantadue anni, il 28 novembre del 1680, e scolpisce la statua un anno prima. In un’altra biografia, quella redatta da Filippo Baldinucci nel 1682, si sostiene che la statua fosse stata realizzata per la regina Cristina di Svezia ma che questa, pur apprezzandola, la rifiutò per il fatto di non poter donare al Bernini un oggetto di egual valore. Alla morte dell’artista, Cristina ricevette comunque in eredità il Salvator mundi. Scrive il Baldinucci che l’artista in quell’ultimo periodo della sua vita, dedito «più al conseguimento degli eterni riposi, che all’accrescimento di nuova gloria mondana […] si pose con grande studio a effigiare […] il nostro Salvator Gesù Cristo, opera che siccome fu detta da lui il suo Beniamino, così anche fu l’ultima che desse al mondo la sua mano […] in questo Divino Simulacro pose egli tutti gli sforzi della sua cristiana pietà». E ancora da un’altra biografia di suo figlio Domenico, edita nel 1713, sappiamo che «ormai prossimo il Cavaliere alla morte […] volle illustrar sua vita […] con rappresentare un’opera […] che termina con essa i suoi giorni. Questa fu l’Immagine del nostro Salvatore in mezza figura, ma più grande del naturale, colla mano destra alquanto sollevata, come in atto di benedire. In essa compendiò e restrinse tutta la sua Arte».

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Dettaglio del Salvator mundi, G. L. Bernini, 1679

Attorno alla metà del III secolo la topografia del luogo venne letteralmente sconvolta: la piazzola venne totalmente interrata con una colmata di terra e si creò un nuovo grande spazio in piano ad un livello superiore rispetto a quello dei mausolei. In questa fase venne creata la triclia, era un ambiente coperto, al quale si accedeva da una piccola scala, formato da una grande sala porticata, dotata di un bancale addossato alla parete di fondo.

La scultura fu dunque lasciata in eredità alla regina Cristina di Svezia, grande amica del Bernini. La regina, che morì nel 1689, la lasciò a sua volta in eredità a papa Innocenzo XI Odescalchi. L’ultimo “avvistamento” del Salvator mundi risale, secondo Francesco Petrucci, al 1773, e non al 1713, come sostenuto nei vari studi sull’argomento: da recenti ricerche realizzate presso l’archivio della famiglia Odescalchi, l’opera risulta citata nella Perizia Odescalchi ancora il 16 gennaio del 1773. Poi, sulla celebre statua, cala definitivamente il sipario. Uniche tracce del capolavoro, uno Studio per il Busto del Salvatore, dello stesso Bernini, conservato all’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma, nel Fondo Corsini, e una copia commissionata, non si sa a chi, dal francese Pierre Cureau de la Chambre, un amico del Bernini conosciuto sin dal suo soggiorno parigino del 1665. […] .

[…]A rompere gli indugi, in grande fretta, e ad affermare senza riserve che il busto originale del Bernini era proprio quello del monastero sull’Appia antica è Irving Lavin , un anno dopo. Sconfessando quanto aveva affermato nel ’72, e cioè che il Salvator mundi originale fosse quello ritrovato a Norfolk, in Virginia. Nel 2003 infatti, nel saggio La mort de Bernin: vision de rédemption inserito nel catalogo della mostra Baroque vision jésuite. Du Tintoret à Rubens, (Somogy, Paris 2003, pp. 105-19), a proposito del Salvator mundi Lavin scrive: «L’originale di questa celebre opera, conosciuto grazie a un certo numero di studi preparatori e a varie copie, è stato considerato perduto da molti anni […] Questa scultura […] è stata ritrovata recentemente nella sacrestia della cappella di papa Clemente XI Albani (1700-1721) a San Sebastiano fuori le Mura». A questo punto, il caso della “paternità” del Salvator mundi, sembrerebbe risolto. Indipendentemente da questo, la storia del Salvator mundi restituisce un’immagine di Gian Lorenzo Bernini inedita, commovente: quella di un uomo potentissimo che ebbe in mano Roma per oltre mezzo secolo, amato, ammirato, vezzeggiato da ben quattro papi, decine di cardinali, addirittura dal Re Sole. E che alla fine della vita volle fare un’unica cosa: scolpire l’immagine di Gesù, il suo Beniamino. Per «sua devozione». (Pina Baglioni)

The last Bernini is the Salvator Mundi (by Pina Baglioni)

 

“In 1633 Christina inherited the throne of Sweden. She was only seven years old. Later, in 1654, she would shock the whole of Protestant Europe by converting to Catholicism, then abdicating and going to Rome to live under the protection of Pope Alexander VII. Christina would become one of Bernini’s closest friends.  Of Bernini she once said, “Whoever does not esteem Bernini is not worthy of esteem himself!” Bernini was to remain very close to Queen Christina until his death in 1680; indeed, he would ask for her to come to his deathbed to pray for his soul.” (From “The Vatican Heresy”, Bauval, Hohenzollern, Zicari, 2013).

Cristo Salvatore di G.L. Bernini (Basilica S. Sebastiano, Roma)

Cristo Salvatore di G.L. Bernini (Basilica S. Sebastiano, Roma)

 

Two hundred years after its disappearance the last masterpiece of Bernini has been found in Rome. A marble bust representing the Savior, which the artist sculpted shortly before his death “out of his devotion”. He described it as his “Darling” (by Pina Baglioni)

The shoulders wrapped in a mantle with the effect of satin, the very beautiful face framed by flowing hair and the right hand raised in blessing, a marble bust representing the Lord was hidden in the dimness of a niche. Carved in the wall of a small entrance to the monastery of Saint Sebastian outside the Walls, along the Via Appia Antica in Rome.
It seems that it is not just any old statue. Thanks to some lucky coincidences, in August 2001 some art historians recognized it as the Salvator mundi, the last work of Gian Lorenzo Bernini, the «great director of the Baroque», the “global” artist capable of warning whomsoever with a peremptory: «Don’t speak to me about anything small». Who, however, «at the end of his extraordinary existence», writes Claudio Strinati, specialist in seventeenth century Rome, as well as Superintendent of the Artistic and Historical Heritage of Rome, «closes his parabola in a silent meditation». So much so as to create «out of his devotion» a most beautiful bust of Christ considered affectionately by the old artist as his “Darling”.
But at the end of the 19th century this extraordinary work disappeared. In over thirty years of studies, at least since 1972, the conviction that it had been rediscovered occurred more than once. And so the journey which ended in front of the threshold of the Rome monastery of Saint Sebastian was rather tortuous.
In February last the Salvator mundi was shown for the first time as a genuine Bernini in the exhibition “Velázquez, Bernini, Luca Giordano. The Courts of the Baroque” at the Scuderie del Quirinale in Rome. Once the exhibition was over, the bust representing Christ made its return to its obscure and solitary residence on the Appia Antica, removed once again from public gaze.
When and why did Gian Lorenzo Bernini sculpt the Salvator mundi? « …And now […] it was the 82nd year of his life […] in excellent health having worked in marble until his 81st year, which he finished with a Savior out of his devotion». So runs a Bernini biography, compiled in 1680 by the son of the artist Pier Filippo and now in the National Library of Paris. The reference, considered for the first time in studies of the Savior, was kindly anticipated to 30Days by the architect Francesco Petrucci, the custodian of Palazzo Chigi in Ariccia, a locality a few kilometers from Rome. The new document is included in Petrucci’s article entitled Il busto del Salvatore di Gian Lorenzo Bernini: un capolavoro ritrovato [The bust of the Savior by Gian Lorenzo Bernini: a rediscovered masterpiece], soon to be published in the Bolletino d’Arte.
Bernini died at the age of eighty-two on 28 November 1680, and sculpted the statue a year earlier. In another biography, written by Filippo Baldinucci in 1682, it is sustained that the statue was created for Queen Cristina of Sweden but she, even though appreciating it, refused it because she could not give an object of equal value to Bernini. On the death of the artist, Cristina inherited the Salvator mundi in any case. Baldinucci writes that the artist in that last period of his life, dedicated «more to the attainment of eternal repose, than to the increase of new worldly glory… set himself with great studiousness to portray… our Savior Jesus Christ, a work which since it was described by him to be his “Darling”, was thus also the last which his hand gave to the world… in this Divine Semblance he employed all the powers of his Christian piety». And again from another biography by his son Domenico, published in 1713, we know that «by now the Knight, close to death… wants to illuminate his life… by representing a work… with which to end his days. This was the half-length Image of Our Savior, but larger than natural, with the right hand raised somewhat, as in the act of blessing. In it he summed up and compressed all his Art».
The sculpture was therefore left in inheritance to Queen Cristina of Sweden, a great friend of Bernini. The queen, who died in 1689, left it in turn to Pope Innocent XI Odescalchi.
The last “sighting” of the Salvator mundi goes back, according to Francesco Petrucci, to 1773, and not to 1713, as sustained in various studies on the issue: from recent research carried out in the archives of the Odescalchi family, the work turns out to be mentioned once more in the Perizia Odescalchi on 16 January 1773.
Then the curtain falls definitively on the celebrated statue.
The only traces of the masterpiece, a Study for the Bust of the Savior, in the Fondo Corsini at the Rome National Institute of Drawing, is a copy of Bernini’s own study commissioned by an unknown from the Frenchman Pierre Cureau de la Chambre, a friend of Bernini’s known since his Paris sojourn in 1665.

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Study for the “Salvator mundi”, Gian Lorenzo Bernini, charcoal on paper, circa 1679, National Institute for Drawing, Rome

 

The Salvator mundi : one, two and three
In 1972 the Salvator mundi began to be talked about again as a result of the work of the American academic Irving Lavin, Professor of the Art History at the Institute of Advanced Studies at Princeton. It was indeed his insights and discoveries that reopened the “case” of the bust of the Salvator. In an essay of 1972 which appeared in the Art Bulletin review, Lavin gave news of the presence, at the Chrysler Museum in Norfolk, in the United States (in Virginia), of «a marble bust representing Christ blessing which corresponds so perfectly to the descriptions in the sources and the Corsini drawing that it could be identified both with Cureau’s copy and with the original». The great scholar admits a certain clumsiness in the work compared to Bernini standards, defining it as «awkward». But he justifies the defects both by the advanced age of the artist as well as the problems with his right arm that afflicted Bernini in the last period of his life. Finally in conclusion: «these elements, which would apparently exclude it, testify to the authenticity of the Norfolk sculpture, if we consider the subject and the particular circumstances in which the Salvator was created».
With some exceptions, Lavin’s hypothesis was accepted unanimously by the critics. Only a year later, an important indication was given to the American academic by a colleague. Another bust of the Salvator mundi exists and is kept in the Cathedral of Sées, in Orne in Normandy. Irving Lavin, after he had seen it, wrote in a second essay: «it can almost certainly be identified with the lost copy of the Salvator mentioned by a contemporary source … the copy commissioned from Pierre Cureau de la Chambre (1640-1693), friend of the artist». Bernini’s French friend was the abbot of Saint-Barthèlemy, the church of the royal palace in Paris. The source of which Lavin speaks is the Eloge de M. la Cavalier Bernin written in February 1681 by Cureau after he had heard of the artist’s death. In a later writing, the French abbot made known that the copy of the Salvator was kept in the house. Not a word about the author of the copy nor of its provenance.
At the beginning of the ’seventies therefore, it was thought reasonably certain that the original of the Salvator mundi had been identified in the United States, and its copy in France. But at the end of the ’nineties, the famous statue became news again.
In May 1999, to celebrate the fourth centenary of the birth of Bernini, the exhibition “Gian Lorenzo Bernini director of the Baroque” opened in Venice, under the consultancy of Maurizio Fagiolo dell’ Arco, a recognized expert in the Roman Baroque and in Bernini. Francesco Petrucci also collaborated. A great surprise was on show. In the last small room of the exhibition’s itinerary, devoted to Bernini’s last years, the Salvator mundi from the Cathedral of Sées, in Normandy, was on show. The bust, that is, which Lavin considered a copy. But in the exhibition catalogue Fagiolo dell’ Arco and Francesco Petrucci suggested another hypothesis: the Sées bust is beautiful enough to be the original and not the copy.
The fact is that the Italian scholars wrote and published their pieces having only seen photographs of the bust. But when they saw it from close up, they began to have doubts. And during a conference, Fagiolo dell’ Arco expressed his perplexity: «Study of the work from close up, and not from photographs, convinced me I was faced with a work which, even if very beautiful, was from the artist’s workshop».

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The Salvator mundi never moved from Rome
The break-through in the investigations came in August 2001 in Urbino, where an exhibition devoted to Pope Clement XI Albani was in progress. Among the photos published in the catalogue there was one that reproduced a bust representing a statue of Christ. The related note, compiled by two young academics, gave its location as «the Monastery of Saint Sebastian outside the Walls, formerly in the Albani [Chapel] sacristy» and attributed it to a certain Pietro Papaleo, a sculptor from Palermo active in San Sebastiano outside the Walls between 1705 and 1710. Francesco Petrucci was also among those visiting the exhibition and leafing through the catalogue he was stunned by the photograph. The bust was too beautiful to have been sculpted by a mediocre artist like Papaleo. In the article soon to be published and anticipated to 30Days he recounts: «I arranged a joint visit [to the Monastery of San Sebastiano, ed.] with Fagiolo who shared my enthusiasm for the work, and which we recognized immediately as a supreme masterpiece worthy of the fame of Bernini’s lost Salvatore».
Of course, it was necessary to find out how and when the statue had arrived at the Monastery of Saint Sebastian. The history of the monastery is in fact rather complicated: during the Napoleonic period, the period in which the bust could have left the Odescalchi palace, the Cistercians who occupied it were evicted. Returning after the revolutionary storm, they left definitively in 1862 when Pope Leo XII entrusted the monastery in a definitive way to the Observing Friars Minor of the Province of Rome. In the aftermath of the Second World War the bust was to be found in the Albani sacristy, at the time a museum. Between 1954 and 1960 the area was annexed to the church of Saint Sebastian and the statue was transferred to an entrance to the monastery and placed in a niche. And there it remained in a semi-clandestine state until today.
Returning meanwhile to the business of the identification of the bust, in March 2002 Maurizio Fagiolo dell’Arco published a book: Berniniana. Novità sul regista del Barocco, in which he wrote:«the problem of the last monumental sculpture of Bernini, the Salvator mundi, still remains open, at least in my opinion». And referring to the statue identified in Rome, he considers it absolutely worthy of being introduced to the Bernini canon of studies because the elements in support of its authenticity are many: the prodigious treatment of the marble, typical of Bernini. The hand of Christ appears identical to that of the statue of Constantine in the Scala Regia of Saint Peter’s Basilica in the Vatican, and to that of the bust of Clement X in the National Gallery of Ancient Art in Rome; further the dimensions of the bust correspond to the millimeter with the Odescalchi inventory. In his Berniniana, Fagiolo dell’Arco announced that he would shortly present a scholarly publication of the work. Meanwhile he sent photographs of the Saint Sebastian Salvator mundi to Jennifer Montagu, an eminent specialist in Baroque sculpture. She replies on 25 March that she has been fascinated by the sculpture. According to the great scholar it was a masterpiece which, in quality and beauty, had nothing to do with the statue of Sées, and much less with that of Norfolk in Virginia.
Maurizio Fagiolo dell’Arco died on 11 May 2002, unfortunately without finishing his book on the Salvator mundi.
It was Irving Lavin who quickly made up his mind and declared without reserve a year later that Bernini’s original was indeed the bust in the monastery on the Apppia Antica. Disavowing what he had affirmed in 1972, that the original Salvator mundi was in Norfolk, Virginia.
In 2003 in fact, in the essay La mort de Bernin: vision de redemption contained in the catalogue for the exhibition Baroque vision jésuite. Du Tintoret à Rubens, (Somogy, Paris 2003, pp. 105-109), Lavin wrote of the Salvator mundi: «The original of this celebrated work, known thanks to a certain number of preparatory studies and to various copies, was considered lost for many years… This sculpture… was recently found in the sacristy of the chapel of Pope Clement XI Albani (1700-1721) in Saint Sebastian outside the Walls».
At this point, the case of the “paternity” of the Salvator mundi would seem to be resolved. Indepenedently of this, the story of the Salvator mundi gives us an unpublished, moving image of Gian Lorenzo Bernini: that of a very powerful man who held Rome in his hand for over half a century, loved, admired, cultivated by at least four popes, about ten cardinals and indeed by the Roi Soleil. And who at the end of his life wanted to do just one thing: to sculpt the image of Jesus, his Darling. Out of «his devotion». (Pina Baglioni)