Il Presepe di Francesco: Un Talismano Ermetico del Cielo del Solstizio d’Inverno

Natività, artista ignoto, Abbazia dei Santi Felice e Mauro, Sant’Anatolia di Narco (Perugia)

Durante una fredda notte del 24 dicembre 1223, a Greccio, un piccolo borgo dell’Appennino in provincia di Rieti, San Francesco d’Assisi realizzò qualcosa di straordinario che avrebbe rivoluzionato l’iconografia cristiana occidentale: il primo presepe vivente della storia. Ufficialmente, la motivazione era semplice e pia: il Santo desiderava che i fedeli potessero “vedere con gli occhi del corpo” la povertà e i disagi del Bambino Gesù nascente. Tuttavia, esiste un’ipotesi affascinante che travalica la devozione convenzionale: e se Francesco, anziché rappresentare semplicemente una scena evangelica, avesse messo in scena una mappa stellare vivente, una rappresentazione terrestre della configurazione celeste del solstizio d’inverno? E, se così fosse, dove avrebbe appreso una sapienza cosmologica tanto sofisticata?

Francesco, l’Oriente e la Scoperta della Scienza Celeste

Nel 1219, San Francesco non era ancora il mistico che conosciamo dalla tradizione popolare. Quattro anni prima di Greccio, il giovane frate umbro si recò in Egitto, attraversando le linee crociate a Damietta durante la quinta crociata, per un incontro storico che avrebbe segnato per sempre la sua spiritualità. Qui incontrò il Sultano al-Malik al-Kamil, nipote del Saladino, uno dei sovrani più colti dell’epoca. L’incontro non fu un semplice episodio di intolleranza reciproca interrotta dalla carità; piuttosto, fu un dialogo tra due uomini di cultura eccezionale. La corte ayyubide era un centro di raffinatezza culturale incomparabile: gli astronomi arabi custodivano allora la scienza delle stelle, l’Ilm al-Falak, che l’Europa medievale aveva dimenticato dopo il crollo dell’Impero Romano. I saggi dell’Islam, i Sufi e gli studiosi di astronomia, avevano tradotto l’Almagesto di Tolomeo e conservavano nomi di stelle che utilizziamo ancora oggi: Aldebaran, Rigel, Altair sono tutti di origine araba.

È dunque plausibile che Francesco, mistico amante della Natura che parla di “Fratello Sole” e “Sorella Luna”, abbia partecipato a discussioni con i saggi sufi sulla geometria del cosmo? I Sufi chiamavano il cielo “il rotolo dispiegato di Dio”. Forse qualcuno gli mostrò un astrolabio o, perfino, qualcuno gli rivelò il principio ermetico che sottende la sua stessa mistica: “Come in Cielo, così in Terra”.

Tornato in Italia alcuni anni dopo, Francesco non scrisse un trattato di astroteologia. Ma individuò una grotta reale, prese animali veri, un Bambino rappresentato da una statuina, e trasformò quella notte di Greccio in una liturgia vivente.

Il Solstizio d’Inverno: L’Evento Cosmico di Tutte le Civiltà Umane

Prima di analizzare nei dettagli il presepe come talismano astronomico, è essenziale comprendere il contesto cosmico nel quale Francesco operò. Il solstizio d’inverno è uno dei momenti critici dell’anno che, da quando l’uomo ha iniziato a osservare il cielo, ha focalizzato l’attenzione di tutte le civiltà conosciute.
Il solstizio d’inverno — il giorno più corto e la notte più lunga dell’anno — rappresenta in tutte le culture il punto di morte e rinascita solare, il momento in cui il Sole, giunto al punto più basso della sua orbita apparente, sembra arrestarsi (il termine latino solstitium significa letteralmente “sole fermo”). Il Sole, però, non scompare per sempre nelle tenebre, bensì, da quella stasi lunga tre giorni, ricomincerà la sua risalita verso la Luce.
Consci di vivere un momento ricorrente del ciclo cosmico dell’universo, tutte le popolazioni umane, dalla preistoria sino ai giorni nostri, hanno costruito monumenti, templi e strutture architettoniche allineati con il sorgere del sole solstiziale.

Newgrange, Irlanda: all’alba del solstizio d’inverno un raggio di sole attraversa il roof‑box sopra l’ingresso, percorre il corridoio lungo 19 metri e accende di luce dorata la camera interna del tumulo neolitico, rinnovando da 5.000 anni il rito cosmico della morte e rinascita del Sole.

In Irlanda, il tumulo megalitico di Newgrange, costruito circa 5.000 anni fa (3.200 a.C.), quasi seicento anni prima della Grande Piramide di Giza e mille anni prima di Stonehenge, è allineato perfettamente con il sorgere del sole al solstizio d’inverno: all’alba del 21 dicembre, un raggio di sole penetra attraverso un'”apertura appositamente progettata sopra la porta e illumina la camera sepolcrale per circa 17 minuti. In Bretagna, il Cairn di Gavrinis (3.500-3.000 a.C.), coevo di Newgrange, presenta lo stesso allineamento solstiziale.

Ingresso al Cairn di Gavrinis (Francia)

Gli Egizi costruirono i loro massimi templi — Karnak, il tempio della regina Hatshepsut, Qasr Qarun — in modo tale che al solstizio d’inverno il sole nascente illuminasse il Sancta Sanctorum, il luogo più sacro, con un raggio di luce.
Gli antichi Romani festeggiavano i Saturnalia (17-23 dicembre), seguiti dalla festa del Dies Natalis Solis Invicti (il giorno della nascita del Sole Invincibile, il 25 dicembre), riconoscendo che era proprio in questo giorno, quando il Sole sembrava più debole, che esso si dimostrava “invictus” — invincibile sulle stesse tenebre.

Carn di Gavrinis (Francia): all’alba del solstizio d’inverno un raggio di sole attraversa l’ingresso, percorre il corridoio e illumina la camera interna del tumulo neolitico.

I Celti celebravano questo momento con la festa di Yule o Alban Arthuan — letteralmente “il riposo di Artù” — intorno al 21 dicembre, celebrando la morte del “Re Oscuro” e la rinascita del “Sole Bambino” dal grembo della Dea Madre.

Questa ossessione cosmologica universale testimonia un fatto profondo: le antiche civiltà non vedevano il solstizio d’inverno come una semplice curiosità astronomica, bensì come il momento sacro del rinnovamento cosmico, il punto in cui l’universo stesso si rigenerava. Secondo la mitologia universale di questi popoli, in questa notte il Vecchio Sole moriva e rinasceva come Sole Bambino, promessa di luce, calore e vita che sarebbe tornata a fertilizzare la Terra. Era la vittoria della Luce sull’Ombra, del Bene sul Male, della Vita sulla Morte.

Francesco, nel 1223, quando creò il primo presepe vivente, non inventava nulla di nuovo dal punto di vista concettuale. Stava cristianizzando una celebrazione che era già presente in tutte le civiltà umane dal primo sorgere della cultura. La Chiesa aveva già risalito al 25 dicembre la data della nascita di Gesù — che i Vangeli non specificano — proprio per allinearla al solstizio d’inverno e al culto pagano del Sol Invictus.

Francesco comprese — forse direttamente dai saggi orientali — che la rappresentazione vivente del presepe sarebbe potuto essere non soltanto un atto di pietà medievale, ma una ricreazione terrestre del mistero cosmico del solstizio, una partecipazione liturgica umana al rinnovamento annuale dell’universo stesso.

La Scena Madre: Il Cielo di Mezzanotte del Solstizio d’Inverno

Per comprendere il presepe nelle sue dimensioni cosmiche, è necessario visualizzare il cielo nella notte tra il 24 e il 25 dicembre attorno alla mezzanotte, nel cielo all’epoca della nascita di Gesù. In quel preciso istante astronomico, si verifica una configurazione geometrica sacra che si ripete da secoli (con variazioni dovute solo alla precessione degli equinozi). Il solstizio d’inverno rappresenta il momento critico dell’anno: il Sole raggiunge la sua declinazione meridionale più estrema, a Sud Est, intorno a -23,5° nell’area mediterranea, e traccia il punto più basso nella sua orbita apparente.
È il momento in cui il giorno è più corto, la notte più lunga. Ed è in questo momento preciso che Francesco sceglie di rappresentare il mistero della Incarnazione.

La Mangiatoia: L’Ammasso M44 del Cancro

Al centro della scena del presepe c’è un elemento che la tradizione considera semplicemente simbolico: la mangiatoia, “praesepe” in latino. Ma se alziamo gli occhi al cielo nella notte del solstizio d’inverno, scopriamo qualcosa di straordinario. Nella costellazione del Cancro, che a mezzanotte dominava il cielo invernale medievale, esiste l’ammasso stellare nebuloso M44, noto fin dall’antichità Ammasso del Presepe.

La costellazione del Cancro e l’ammasso M44

L’ammasso è stato descritto da Arato e Teofrasto intorno al 280 a.C. come una “piccola nube”, e Tolomeo lo definì “la massa nebulosa nel seno del Cancro”. È uno degli ammassi aperti più vicini al nostro sistema solare, a circa 600 anni luce di distanza, e contiene oltre mille stelle legate gravitazionalmente. Francesco non ha scelto una culla a caso: ha proiettato in terra proprio l’ammasso M44, trasformando una grotta dell’Appennino nel riflesso terrestre di una realtà celeste.

I Protagonisti Stellari del Presepe

Se il presepe è una mappa stellare, allora i suoi personaggi devono essere costellazioni. Analizzando i principali attori della rappresentazione del 1223 come asterismi presenti nel cielo della mezzanotte del solstizio d’inverno, la corrispondenza astronomica diventa sorprendente.

Il cielo a mezzanotte del Solstizio d’Inverno di 2.000 anni fa

Il Bambino Gesù: Il Sole al Nadir

Gesù nel presepe non è una costellazione. Gesù è il Sole stesso. Ma dove si trova il Sole a mezzanotte? È esattamente sotto i nostri piedi, al Nadir — il punto più basso, l’Imum Coeli, il fondo del cielo. In quel momento, il Sole è nel profondo della Terra, nella “Grotta Cosmica”. La teologia celeste insegna che il Bambino nasce a mezzanotte proprio perché è il momento in cui il Sole cessa di scendere (il solstizio è il punto di arresto) e ricomincia, impercettibilmente ma inesorabilmente, la sua risalita verso la luce. Il Bambino è la promessa che la luce tornerà, che non siamo condannati all’oscurità perpetua. È l’atto di fede cosmico incarnato.

La Vergine Maria: La Costellazione della Vergine all’Ascendente

Questa è forse la corrispondenza più letterale e più sconvolgente nella tesi del presepe ermetico. A mezzanotte del 25 dicembre, volgendo lo sguardo verso Est, quale costellazione sta sorgendo all’orizzonte, precisamente nel punto dell’Ascendente? La Vergine (Virgo). La costellazione della Vergine sorge dall’orizzonte orientale esattamente nel momento in cui il Sole raggiunge il Nadir.
La sincronizzazione è perfetta, quasi liturgica: mentre il Sole, il Bambino divino, è nel punto più basso della Terra, la Vergine ascende dal basso verso l’alto, “partorendo” il nuovo ciclo solare che inizierà nei mesi successivi.

La costellazione della Vergine e Boote

San Giuseppe: La Costellazione di Boote
Chi è l’uomo anziano e protettivo che nel presepe sta sempre un passo indietro a Maria, custodendo silenziosamente? Nel cielo, immediatamente “sopra” o dietro la Vergine durante quella notte, si trova la costellazione di Boote. Boote è il nome latino del Bifolco o del Pastore — raffigurato come un uomo maturo che custodisce il gregge. Per i Latini, Boote era l’Arctophylax, il “Custode o Guardiano dell’Orsa”, in riferimento all’Orsa Maggiore. Boote segue la Vergine nel suo moto celeste: è il custode silenzioso, il padre putativo che veglia sulla madre e sul bambino senza intervenire nel mistero della nascita solare.

Il Bue e l’Asinello: I Guardiani del Presepe Celeste

Tornando all’ammasso M44 nel Cancro, scopriamo un fatto straordinario: le due stelle fisse che fiancheggiano la nebulosa della Mangiatoia si chiamano Asellus Borealis (γ Cancri) — L’Asinello del Nord e Asellus Australis (δ Cancri) — L’Asinello del Sud.

Asellus Borealis (γ Cancri) e Asellus Australis (δ Cancri)

La parola latina Asellus significa proprio “asinello”. Secondo la mitologia classica, questi asini appartengono a Dioniso e Sileno, che li cavalcarono nella mitica battaglia contro i Titani. L’Asino è lì, nel cielo da sempre, a mangiare nella mangiatoia (il Presepe).

E il Bue? La costellazione del Toro sta tramontando a Ovest mentre quella della Vergine sorge a Est. La costellazione del Toro è visibile nei cieli notturni invernali. Il suo tramontare, indica l’uscita dalle stagioni delle tenebre. L’Asinello, al contrario, è legato al Sole, al ciclo estivo nel Cancro — e rappresenta il veicolo della luce. Insieme, i due animali sono gli estremi dell’anno — Estate e Inverno — che si riconciliano nella nascita del Dio durante il solstizio.

La costellazione del Toro

I Tre Re Magi: La Cintura di Orione che Punta verso Sirio
Ma il disegno celeste di Francesco non si ferma qui. Esiste ancora una corrispondenza sorprendente, che completa la mappa stellare del presepe e la trasforma in un vero e proprio talismano ermetico: i Tre Re Magi come le tre stelle della Cintura di Orione.

La costellazione di Orione e la sua Cintura

Nel cielo invernale del solstizio, la costellazione di Orione domina maestosa l’orizzonte Sud, alta e ben visibile in tutta la sua magnificenza. La sua caratteristica più distintiva sono le tre stelle di quasi uguale luminosità al centro della figura: Alnitak, Alnilam e Mintaka (ζ, ε e δ Orionis). Queste tre stelle formano quello che in astronomia si chiama la Cintura di Orione o Balteo di Orione.

Nella tradizione popolare italiana, specialmente nelle regioni dell’Italia centro-settentrionale, queste tre stelle sono chiamate da sempre con nomi evocativi e significativi: “i Tre Re”, “i Re Magi”, oltre che “il rastrello”, “i tre mercanti”, “i bastoni”. Il nome “Tre Re” è attestato nella tradizione contadina italiana come la denominazione più antica e diffusa per questo asterismo, visibile proprio durante le festività natalizie.

Ma perché Francesco avrebbe dovuto rappresentare i Magi proprio attraverso queste tre stelle? La risposta sta in una geometria celeste ancora più profonda e simbolicamente potente. Le tre stelle della Cintura di Orione, se prolungate in linea retta verso Sud-Est, puntano esattamente alla stella più luminosa del cielo notturno: Sirio (α Canis Majoris).

Questo allineamento è talmente evidente e riconoscibile che viene utilizzato universalmente dagli astronomi e dagli appassionati di astronomia per individuare Sirio nel cielo: basta prolungare la linea delle tre stelle della Cintura verso il basso (verso Sud-Est) e si arriva direttamente alla brillantissima Sirio, che risplende con una luce bianco-azzurra inconfondibile. “Le tre stelle della Cintura di Orione ci guidano verso la più luminosa stella del firmamento”, scrivono gli astronomi moderni.

L’allineamento delle tre stelle della Cintura di Orione con la stella Sirio

La Levata Eliaca di Sirio e l’Alba del Solstizio

Ma c’è di più. Nel periodo del solstizio d’inverno, Sirio assume un significato cosmologico particolare. Nell’antico Egitto, la levata eliaca di Sirio (cioè la sua prima apparizione all’alba appena prima del sorgere del Sole, dopo un periodo di invisibilità) era l’evento astronomico più importante dell’anno. Questa stella, che gli Egizi chiamavano Sothis e identificavano con la dea Iside, annunciava l’inondazione del Nilo e l’inizio del nuovo anno.

Al solstizio d’inverno, Sirio si trova in una posizione particolare: sorge a Sud-Est, esattamente nel settore dell’orizzonte dove, qualche ora dopo, sorgerà anche il Sole all’alba del solstizio. Il punto di levata del Sole al solstizio d’inverno raggiunge la sua massima amplitudine ortiva Sud — cioè la massima distanza verso Sud rispetto al punto cardinale Est. E proprio in quella direzione, proprio a quella latitudine celeste, si trova Sirio, precedendo di poco il sorgere del Sole bambino, del Sol Invictus.

Sirio, dunque, diventa la stella-guida che precede e annuncia la nascita del Sole nuovo, il Sole del solstizio che riprende la sua ascesa verso l’alto dopo aver toccato il punto più basso. E chi guida Sirio verso la Luce del Mondo? I Tre Re — le tre stelle della Cintura di Orione — che, perfettamente allineate con Sirio, puntano verso il luogo esatto dove il nuovo Re, il Sole Bambino, farà la sua apparizione all’alba.

Dettaglio dell’Adorazione dei Magi. Mosaici della Basilica di Sant’Apollinare in Classe (Ravenna)

La simbologia è potentissima e potrebbe essere la corretta interpretazione astronomica del racconto evangelico: i Magi vengono da Oriente (e Orione sorge appunto a Est), seguono una stella (Sirio, la più luminosa del cielo), e questa stella li conduce al luogo dove è nato il Re (il punto di levata del Sole al solstizio d’inverno). La tradizione identifica i Magi proprio come astrologi provenienti dalla Persia, cultori dell’osservazione celeste e della scienza delle stelle. Francesco, informato dai saggi orientali, potrebbe aver compreso questa corrispondenza e averla incorporata nel suo presepe vivente.

Il Talismano Ermetico: Dalla Teoria alla Pratica Vivente

Un talismano, nella tradizione ermetica e cabalistica, è un oggetto o una configurazione che incarna e concentra le energie cosmiche e spirituali di realtà superiori, canalizzandole verso il piano terrestre. Francesco, leggendo nelle profondità della sua esperienza mistica l’insegnamento ermetico “Come in cielo, così in Terra”, trasformò una notte reale, in un luogo reale, con esseri viventi, in una riproduzione vivente della mappa stellare. Il presepe di Greccio è un talismano celeste, un’immagine magica incarnata.

Nel momento in cui i frati cantavano le laudi, nel momento in cui la folla vegliava nella grotta fredda dell’Appennino, stavano partecipando inconsapevolmente (ma questo non ha importanza per la scienza ermetica) a una liturgia stellare vivente, a una riproduzione terrestre dei movimenti del cielo.

Le Coincidenze come gli Indizi: Verso una nuova consapevolezza

Qui si pone una domanda al lettore: quando le coincidenze si accumulano fino a formare un disegno coerente, quando gli “indizi” si moltiplicano oltre la casualità, diventano una “prova”?

Francesco non ha lasciato scritti che dichiarino esplicitamente: “Ho creato il presepe come mappa stellare in conformità ai principi ermetici appresi presso il Sultano d’Egitto”. Mancano le testimonianze documentali. Eppure, vi è una sincronicità, una serie di coincidenze significative, che porta a suggerire che esiste una connessione tra eventi che non è riducibile alla semplice causalità lineare. Quando le coincidenze si accumulano e formano un disegno coerente, come in un puzzle che si completa, suggeriscono l’esistenza di una intelligenza sottesa — che sia quella di Francesco consapevolmente operante, oppure quella di un principio cosmico più ampio che lavora attraverso di essa.

Conclusione: La domanda che rimane

Durante le festività natalizie Natale, quando osserverete il presepe nelle vostre case — che sia fatto di gesso, di ceramica, di legno o di cartapesta — sappiate che potreste aver composto un piccolo planetario, una liturgia domestica con i cicli cosmici che hanno affascinato e guidato donne e uomini come voi, dalla preistoria ai giorni nostri.

Chissà, forse Francesco ci sta sussurrando ancora, attraverso il Presepe di Greccio: “Voglio vedere. Voglio portare il Cielo sulla Terra.”

E forse, in quella fredda notte del 1223, mentre le tre stelle di Orione brillavano alte nel cielo meridionale puntando verso Sirio, mentre la Vergine sorgeva a Est, mentre il Sole toccava il suo punto più basso nel profondo della Terra, Francesco ha compiuto uno degli atti magici più perfetti della storia occidentale: ha reso visibile l’invisibile, ha materializzato il cielo sulla terra, ha creato un talismano vivente che ancora oggi, ogni Natale, ripetiamo nelle nostre case, perpetuando una liturgia cosmica che collega l’umano al divino, la Terra al Cielo, e che ci ricorda che siamo parte di un ordine cosmico eterno che si rinnova ogni anno nel momento del solstizio d’inverno.

La stella Sirio e i Santi Cani di Agosto

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San Cristoforo Cinocefalo, Museo Bizantino e Cristiano di Atene

I giorni estivi, quelli più caldi di agosto, dominati dal segno del Leone, sono detti anche della Canicola perché anticamente, in estate, splendeva nel cielo la costellazione del Cane Maggiore, che contiene, proprio sul muso, Sirio la stella più luminosa del firmamento, spesso indicata essa stessa come Cane.
Il nome Sirio deriva dal greco seiriào, che significa ardente.

La costellazione del Cane Maggiore e la Stella Sirio

La costellazione del Cane Maggiore e la Stella Sirio

Ai tempi degli egizi, levava a ridosso del Solstizio estivo e annunciava, come una sentinella, la piena del Nilo. A causa della progressione degli equinozi, nel primo millennio avanti Cristo, levava con il sole a luglio, dominando così i giorni più caldi d’estate, mentre ai tempi nostri leva a settembre per apparire ad ottobre verso sud est.
Molti sono i miti legati alla costellazione del Cane. Secondo alcuni rappresenta il cane di Orione, raffigurato dalla vicina costellazione; secondo un’altra vulgata, si tratterebbe di Maira, la cagna di Icario. Icario era un giardiniere dell’Attica, al quale Dioniso dopo aver rivelato la coltivazione della vite, diede ordine di partire per diffonderla fra gli uomini. Alcuni contadini, dopo essersi ubriacati, pensando che volesse derubarli, lo uccisero e ne sotterrarono il corpo.

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Dionisio, Erigone e Icario

Fu la figlia Erigone, accompaganta dalla cagnetta Maira, a ritrovarlo e dal dolore si impiccò. Strana vicenda quella di Erigone: vergine povera ed errante, ma unica fra le donne legate in qualche modo a Dioniso, ad accedere al Cielo, nella costellazione della Vergine. Il suo ricordo restò vivo nell’immaginario greco ricordata nella cerimonia delle Antesterie, quando le ragazzine ateniesi poco prima di lasciare la fanciullezza e prendere marito, si dondolavano sulle altalene e appendevano bamboline ai rami degli alberi.
Di una Vergine Errante raccontano anche gli egizi: accompagnata dal cane Anubi, Iside vagò a lungo alla ricerca dello sposo – fratello Osiride, associato alla costellazione di Orione.

Il Dio Anubi - Libro dei Morti

Il Dio Anubi – Libro dei Morti

Si dice che Iside, dopo la morte di Osiride, si strappò un ricciolo dai capelli; lo stesso fece anche Erigone. Ed infatti, poco distante dal Cane e dalla Vergine c’è un’altra costellazione immaginata come un ricciolo: la Chioma di Berenice. La levata eliaca di Sirio  avviene mentre la costellazione della Vergine sorge ad Est. Questo molto verosimilmente è il motivo perché questo particolare momento fu associato ad una dea-vergine.

Priamo, dalle altis­sime mura della città di Troia, vede soprag­giun­gere il temi­bile Achille, rab­bioso come un cane nella sua splen­dente arma­tura: «rag­giante come una stella cor­reva per la pianura;/ come si leva l’astro autun­nale, chiari i suoi raggi/ appa­iono fra innu­me­re­voli stelle nel cuor della notte:/ esso è chia­mato il Cane d’Orione,/ ed è il più lucente, ma dà pre­sa­gio sinistro/ e molta feb­bre porta ai mor­tali infe­lici».
Nell’Iliade ogni imma­gine, ogni meta­fora è stu­diata e con­di­visa da chi l’ascolterà. Qui Achille è preso da lyssa, la rab­bia dei guer­rieri, e tra poco, furente, «come il fuoco», farà a pezzi il suo rivale Ettore, mas­sa­cran­done il cada­vere come un cane idro­fobo. Quando, molti secoli dopo, si sco­prì il virus che tra­smette la rab­bia, non fu un caso se lo si chiamò Lyssavirus.

Achille contro Ettore

Achille contro Ettore

Achille per Omero è la stella Sirio, della costel­la­zione del Cane d’Orione (Cane Mag­giore), il mitico cac­cia­tore ucciso dalla dea Diana e da Giove tra­sfor­mato in costellazione.

La stella Sirio segnava l’inizio del caldo sof­fo­cante, della cani­cola (da cani­cula, «pic­colo cane»), quando sor­geva e tra­mon­tava con il Sole, secondo una tra­di­zione medie­vale da san Cri­sto­foro a san Bar­to­lo­meo, cioè dal 24 luglio al 24 ago­sto. Forse la sua «forma» canina è legata al fatto che gli anti­chi abi­tanti del Medi­ter­ra­neo cono­sce­vano gli effetti che il periodo aveva sui cani: certo più agili e sve­gli durante la cac­cia, ma il loro affan­noso ansi­mare poteva con­durli ad un’eccessiva disi­dra­ta­zione e quindi alla malat­tia e alla rab­bia. Pli­nio scrive: «la rab­bia dei cani è dan­no­sis­sima per l’uomo quando insorge durante il periodo (…) in cui brilla la stella Sirio: nelle per­sone che sono state così morse si sviluppa una letale idro­fo­bia». In una men­ta­lità intrisa di magi­che con­nes­sioni il rime­dio sarà la radice di una rosa, cono­sciuta oggi come rosa canina. E allora San Rocco, festeggiato il 16 ago­sto, è rappresentato accom­pa­gnato da un cagno­lino con in bocca una rosetta. Sarebbe stato infatti il qua­dru­pede a sal­var­gli la vita por­tan­do­gli quo­ti­dia­na­mente da man­giare quando era ancora debole e solo, appena scam­pato dalla malattia.

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San Rocco e il cane

San Cristoforo, il cinocefalo tra­ghet­ta­tore di umani, è ricor­dato il 25 luglio, la sua sto­ria viene nar­rata da Jacopo da Vara­gine in modo molto roman­zato: era un gigante di altis­sima sta­tura che, desi­de­roso di ser­vire il re più potente della terra, si mise al seguito di vari per­so­naggi, com­preso il dia­volo.

Santi Cristoforo cinocefalo e Giorgio, Macedonia, VI-VII secolo

Santi Cristoforo cinocefalo e San Giorgio, Macedonia, VI-VII secolo

Ma un giorno, vedendo costui tre­mare davanti a una croce, comin­ciò a cer­care Cri­sto, con­ver­ten­dosi al cri­stia­ne­simo. Divenne un tra­ghet­ta­tore di per­sone lungo un fiume piut­to­sto peri­co­loso ma, visto che era un gigante, gli veniva abba­stanza facile. Un bel giorno, gli chiese di essere tra­ghet­tato un bam­bino, che però durante il per­corso divenne sem­pre più pesante, come un piombo, tanto che lo stesso Cri­sto­foro cre­dette di anne­gare. Giunti final­mente a riva, Cri­sto­foro spiegò la sua paura e disse che gli sem­brava di aver tra­spor­tato tutto il peso del mondo. A que­sto, il «bam­bino» spiegò: «Non stu­pirti, Cri­sto­foro, per­ché sulle tue spalle non sol­tanto hai por­tato tutto il mondo, ma colui che ha creato il mondo».

San Cristoforo cinocefalo, Bitinia (Chiesa di San Giorgio, Cegelkoy, Turchia)

San Cristoforo cinocefalo, Bitinia (Chiesa di San Giorgio, Cegelkoy, Turchia)

Nella tra­di­zione orien­tale Cri­sto­foro è un gigante con la testa di cane, pro­ve­niente dalla terra cana­nea o da Cino­poli, la «città dei cani». Il suo mar­ti­rio fu all’insegna del calore, essen­do­gli stato, tra l’altro, calato sul capo un casco arro­ven­tato men­tre sedeva su di una sedia, anch’essa rovente.
Un altro cane, con una tor­cia accesa in bocca, ritorna nell’iconografia di san Dome­nico di Guz­man, festeg­giato il 6 ago­sto. Fon­da­tore dell’ordine dei pre­di­ca­tori, in un gioco di parole detti «Domini canes», i «cani del Signore», ovvero i Dome­ni­cani. La sua legenda rac­conta che la madre, ancora incinta di lui, avesse sognato di por­tare in grembo un pic­colo cane con in bocca una tor­cia con la quale infiam­mava l’universo.

Coello Claudio “San Domenico di Guzman” - Olio su tela, 1685, Museo del Prado, Madrid

Coello Claudio “San Domenico di Guzman” – Olio su tela, 1685, Museo del Prado, Madrid

Due cani all'ingresso della chiesa dominicana di San Lucifero a Cagliari

Due cani all’ingresso della chiesa dominicana di San Lucifero a Cagliari

Dalla furia di Achille al cagno­lino sco­din­zo­lante di san Rocco, vin­ci­tore su di un altro sim­bo­lico fuoco, quello della Peste Nera, la cani­cola nei mil­lenni è stata oggetto di una rein­ter­pre­ta­zione in chiave mitico-rituale che ha per­messo agli uomini di gestirla, di sop­por­tarla, di non averne paura. Per­ché a volte può essere dav­vero peri­co­losa, soprat­tutto quando il sole è allo zenith, a mez­zo­giorno, tempo in cui la natura sem­bra fer­marsi e gli effetti fecon­danti dell’astro solare cedono il passo a sen­sa­zioni oppri­menti, al tae­dium vitae e ai demoni più ter­ri­bili: dalle empuse al dio Pan e alle ninfe, che in agguato presso le sor­genti d’acqua acce­cano chiun­que osi guar­darli; dalle sirene, già nell’antichità messe in rela­zione con la stella Sirio, alle arpie o ai vam­piri, sem­pre pronti a dis­sec­care gli incauti che sfi­dano gli dei e i tabù dei demoni meri­diani. Ma anche ai pic­coli insetti che mor­dono e rimor­dono sotto i lividi cieli asso­lati del Medi­ter­ra­neo: chi ha detto che il male debba neces­sa­ria­mente appo­starsi nell’ombra? Il caldo abba­gliante del mez­zo­giorno può essere ben più mali­gno, acce­cante e allucinatorio.

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Bibliografia:

A Mario Sordi, Il Santo Cane

C. Corvino, I messaggeri bollenti di Sirio

NATALE DI ALATRI 2015

Le mura poligonali dell’Acropoli di Alatri, di origine megalitica, sono oggetto da anni di un malinteso relativo alla loro datazione, secondo il quale sarebbero da attribuire alla mano degli antichi Romani. Solo attraverso studi indipendenti sarà possibile ristabilire la verità sull’origine di un sito così controverso, la cui tecnica costruttiva nulla ha a che fare con quella utilizzata dai Romani. Il video mostra la giornata internazionale di studio organizzato il 21 giugno 2015 all’alba del Solstizio d’Estate sull’Acropoli di Alatri a cui hanno partecipato Robert Bauval, Sandro Zicari, Chiara Dainelli, Paolo Debertolis e Daniele Gullà.

IL SIGNIFICATO ASTRONOMICO DEL CAPPELLO A PUNTA DEI MAGHI

Il Mago Gendalf de "Il Signore degli Anelli" di J.R.R. Tolkien

Il Mago Gandalf de “Il Signore degli Anelli” di J.R.R. Tolkien

I maghi sono spesso rappresentati con lunghi cappelli a punta, e, alcune volte, ornati con motivi astronomici. Georges Ivanovič Gurdjieff, nel suo “La Lotta dei Maghi”, descrive la vestizione del mago e, in particolare, il dettaglio del cappello:

Il Mago si toglie i suoi vestiti, riceve degli unguenti da uno dei suoi studenti, se lo spalma sul corpo, si rimette i vestiti e sopra i suoi abituali vestiti indossa una toga con lunghi lembi. La toga è tutta bordata con i segni dello Zodiaco; nella parte posteriore è ricamato il simbolo del pentacolo, e sul petto un teschio e ossa incrociate. Sulla testa pone un alto cappello a punta ricamato con stelle di diverse dimensioni.”

Nell’episodio “L’apprendista Stregone” di Paul Dukas, basato sull’omonima ballata del 1797 di Goethe, del film di Walt Disney, “Fantasia”, Topolino, giovane apprendista dello stregone Yen Sid, indossa proprio il cappello descritto nel copione del balletto di Gurdjieff.

L'Apprendista Stregone di Walt Disney

L’Apprendista Stregone di Walt Disney

Questa volta l’incontro avvenne, ‘per caso’, nel 2012, al Neues Museum di Berlino (il museo famoso nel mondo per il busto di Nefertiti). Al Piano Terra del Museo mi imbattei in una teca contenente il cosiddetto Berliner GoldenHut.

Il Cappello d'Oro al Neues Museum di Berlino

Il Cappello d’Oro al Neues Museum di Berlino

Il Cappello d’oro di Berlino (Berliner Goldhut in tedesco) è un manufatto risalente alla tarda Età del Bronzo (tra il 1000 a.C. e 800 a.C. circa) realizzato in una sottile lamina d’oro. Il Cappello d’oro di Berlino è quello che si è meglio conservato rispetto ai quattro “Cappelli d’Oro” rinvenuti in Europa e risalenti, più o meno, tutti alla stessa epoca. Degli altri tre, due sono stati rinvenuti in Germania e uno in Francia. Tutti e quattro sono stati rinvenuti tra il XIX e XX secolo.

I Cappelli d'Oro

I Cappelli d’Oro

Wilfried Menghin, nel suo trattato “Acta Praehistorica et Archaeologica”, ipotizza che tali oggetti abbiano avuto funzioni calendariali-astronomiche. Lo studioso sostiene che i simboli rappresentano un calendario lunisolare che consentirebbe di ottenere delle date sia nel calendario solare che in quello lunare.

Lo studio del Calendario Luni-Solare sul Cappello d'oro di Berlino

Lo studio del Calendario Luni-Solare sul Cappello d’oro di Berlino

Dal momento che una esatta conoscenza dell’anno era di particolare interesse per la determinazione di eventi religiosi importanti come ad esempio il solstizio d’estate o d’inverno, le conoscenze astronomiche raffigurate sui Cappelli d’Oro erano di alto valore nella società arcaica. Le relazioni scoperte finora permetterebbero il conteggio di unità temporali fino a 57 mesi. Una semplice moltiplicazione di tali valori permetteva anche il calcolo di periodi più lunghi, ad esempio i cicli metonici. Ogni simbolo, o ogni anello di un simbolo, rappresenta un solo giorno. Oltre a questi ornamenti ci sono varie fasce composte da un diverso numero di anelli che rappresentavano i giorni che dovevano essere aggiunti i sottratti al periodo in questione.

LA FASCIA SOLARE DEI RE

Il Balteo, la fascia pendente dalla spalla destra verso il fianco sinistro, che orna la divisa di re, di dignitari e di vincitori di competizioni, originariamente era una cintura di cuoio alla quale i soldati romani appendevano la propria spada. Perchè tale accessorio è diventato una dei simboli di eccellenza?

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È possibile, ancora una volta, ritrovare una lettura astronomico-astrologica a tale simbolo.

Il Sole, massima espressione della divinità nelle antiche tradizioni, si muove durate il giorno lungo l’eclittica, da Est ad Ovest, un percorso ad arco, inclinato di 24° rispetto all’orizzonte. Di notte, lungo lo stesso arco scorrono le costellazioni dello Zodiaco.

Il percorso del Sole e dei segni zodiacali lungo l'eclittica solare inclinata

Il percorso del Sole e dei segni zodiacali lungo l’eclittica solare inclinata

Lo Zodiaco quella parte del cielo che si estende secondo il pensiero degli antichi per una larghezza di 12° ai due lati dell’eclittica, cioè dell’orbita solare, ed ha di conseguenza una inclinazione di 24° rispetto all’equatore celeste. Zodiaco significa “esseri viventi” raggruppati in costellazioni.

Il motivo dello Zodiaco fu raffigurato nell’arte anche su oggetti d’uso comune e sulle vesti, per simboleggiare il rapporto tra colui che lo portava sulla sua persona ed il cosmo e per associarlo, in analogia, con il Sole. Ai Musei Vaticani è possibile ammirare uno splendido torso in marmo, l’Helios Chiaramonti.

Helios Chiaramonti - Musei Vaticani - Roma

Helios Chiaramonti – Musei Vaticani – Roma

In questa opera, il dio Sole è cinto da un balteo, la larga fascia inclinata, passante sulla spalla destra e sul petto, decorata con i segni zodiacali, chiara rappresentazione del cammino del Sole lungo la fascia inclinata dello Zodiaco.

PASSEGGIATA TRA I SIMBOLI E LE STELLE: IL SIMBOLO DELL’INFINITO

Nel decidere l’incipit di questo brano ero indeciso se illustrare in introduzione una mini-lezione di astronomia (terra, sole, pianeti, sistema solare, costellazioni) oppure procedere seguendo la Tradizione, presentando un simbolo e proponendo qualche sua interpretazione, legata in particolare all’astronomia. Ho deciso, anche nella speranza di non annoiare (troppo) chi leggerà queste righe, di utilizzare la seconda strada, ritenendo sia la più evocativa.

Il Simbolo dell’Infinito – la Lemniscata o Analemma

Come tutti sapranno, il simbolo usato in matematica per rappresentare l’infinito è la cosiddetta Lemniscata.

La lemniscata di Bernoulli

La lemniscata di Bernoulli

La Teoria del Limiti in matematica si sviluppa in un Dominio rettilineo, ordinato, l’asse dei numeri Reali, nel quale ogni elemento ha una posizione ben definita all’interno della “gerarchia” di questo asse direzionato. Il numero -1 precede il numero 2,3. Il numero 1.000.000 segue il numero 4.

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La domanda che giustamente ci si può porre è: cosa vuol dire “infinito” e come può venire in mente di rappresentarlo come una specie di “otto rovesciato”?

Come si può definire il concetto di “infinito”? Un primo tentativo di definizione potrebbe essere: “un qualcosa di molto grande”. Ma così facendo abbiamo posto l’accento all’estremità destra dell’asse. E “infinetesimamente piccolo”? Il concetto può essere sintetizzato in un’espressione sola con “senza limite”, “non limitato”. Qualcosa che “non abbia un inizio e non abbia una fine”.

Il fenomeno ciclico è un esempio di “qualcosa che non ha un inizio e una fine”. E la figura geometrica della Lemniscata (a Analemma), con i suoi due “rigonfiamenti laterali” e il suo punto di incrocio centrale, riesce a rappresentare bene il concetto di “qualcosa di estremamente piccolo” che tende ad “annullarsi” per divenire qualcosa di “estremamente grande”.

La domanda che si pone ora è: ””Esiste in Natura qualcosa che, osservato, ha la forma geometrica dell’Infinito?” La risposta a questa domanda è: Il Sole, la stella da cui il nostro pianeta riceve la luce e il calore che permettono l’esistenza della vita!

L’analemma infatti è il nome dato alla figura che rappresenta il percorso compiuto dal sole attraverso il cielo in un anno quando è fotografato esattamente alla stessa ora e posizione durante il giorno. Sovrapponendo le immagini ottenute si ottiene questa figura:

analemma

Questa foto è un bellissimo esempio di analemma, il risultato degli sforzi e degli scatti fotografici eseguiti durante tutto l’anno 2004 da Ayiomamitis Anthony in Grecia.

Il fenomeno è il risultato di una combinazione tra l’inclinazione di 23,5 gradi dell’asse della Terra e la sua orbita leggermente ellittica, questi due fattori si combinano per generare la figura a forma di otto.

Ritengo importante concludere queste righe sottolineando quel “qualche interpretazione dei simboli” che ho posto come introduzione, perché, usando le parole di Oswald Wirth: “Un’immagine può sempre essere considerata da un’infinità di punti di vista e ad ogni pensatore è consentito scoprire un significato conforme alla logica delle proprie concezioni. Le immagini infatti sono destinate a risvegliare le idee assopite nel nostro intelletto. Esercitando una suggestione sul pensiero, lo stimolano ed in tal modo portano alla luce le verità sepolte nella profondità del nostro spirito.”

POVERI DIAVOLI OVVERO GLI DEI DELLE ERE ZODIACALI PASSATE

Il Mito del passaggio dall’Era del Toro all’Era dell’Ariete
Il mito di Acheloo, il Dio Toro, simbolo dell’Era del Sole nella Costellazione zodiacale del Toro (circa 4000 a.C. – 2000 a.C.) sconfitto da Ercole (il Sole) e l’avvento di Zeus Ammone, il Dio Ariete (2000 a.C. – 0 a.C.).

Il Dio Toro Acheloo

Il Dio Toro Acheloo

 

Acheloo, nella mitologia greca, è il dio fluviale dell’Etolia, figlio del Titano Oceano e sua sorella Teti. E’ il secondo fiume, per lunghezza, della Grecia e corrisponde all’odierno Aspropotamo.

 

 Levata del Sole all’Equinozio di Primavera nel segno zodiacale del Toro (4000 a.C. – 2000 a.C.)

Secondo la leggenda, Acheloo si invaghì di Deianira, figlia di Eneo e di Altea, e ne contese ad Eracle la mano. Iniziò la lotta ed Acheloo, che aveva la facoltà di assumere l’aspetto che più gli piaceva, si trasformò in un enorme serpente che Eracle riuscì, quasi, a soffocare. Divincolatosi, si trasformò in un toro, ma fu sconfitto e gettato nel fiume. Nella caduta, uno dei due corni che Eracle aveva afferrato, si staccò, mutilando Acheloo per sempre.
Questi si considerò vinto e gli cedette il diritto di sposare Deianira, ma gli richiese il suo corno, dandogli in cambio un corno della capra Amaltea, la nutrice di Zeus, le ninfe Naiadi, riempirono il corno di Acheloo di fiori e di frutti consacrandolo alla dea dell’abbondanza e da qui nacque la leggenda della cornucopia.

Zeus Ammone

Zeus Ammone

 Levata del Sole all’Equinozio di Primavera nel segno zodiacale dell’Ariete (2000 a.C. – 0 a.C.)

“La Divina Sapienza” a Palazzo Barberini a Roma. Un Talismano ermetico per il papa?”

di

Sandro Zicari e Robert Bauval

 

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La sala dell’affresco a Palazzo Barberini a Roma

Tra il 1628 e il 1633 il cardinale Francesco Barberini, nipote di papa Urbano VIII, commissiona ad Andrea Sacchi, un artista pressoché sconosciuto negli ambienti del Barocco romano, la realizzazione di un affresco a Palazzo Barberini al Quirinale a Roma. Per la costruzione e le decorazioni del Palazzo sono stati già chiamati i migliori artisti dell’epoca come Carlo Maderno, Gian Lorenzo Bernini, Francesco Borromini e Pietro da Cortona.

Sono gli anni della Controriforma, dell’Inquisizione e degli Ordini religiosi sorti per difendere il Cattolicesimo in Europa. Negli stessi anni Galileo Galilei viene accusato, processato e costretto ad abiurare le teorie eliocentriche dal Sant’Uffizio.

Quanti sono i livelli di significato dell’affresco di Andrea Sacchi? Chi è il misterioso “sconosciuto erudito romano” che, secondo lo storico F. HASKELL, suggerisce all’artista il tema e la composizione dell’affresco?

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Robert Bauval e Sandro Zicari davanti a Palazzo Barberini

La lettura iconografica dell’affresco

Nel 1923, lo studioso Giovanni Incisa della Rocchetta scopre nell’Archivio della Biblioteca Barberiniana il documento più antico che tratta della commissione dell’opera e del soggetto. La fonte di ispirazione per il tema è il Libro della Sapienza.

Il Libro della Sapienza è un testo contenuto nella Bibbia cristiana ma non accolto nella Bibbia di religione ebraica. Inoltre, come gli altri libri deuterocanonici, il Libro della Sapienza è presente nella tradizione della Chiesa cattolica e ortodossa, ma non nella tradizione protestante. È scritto in lingua greca e redatto ad Alessandria d’Egitto. La prima tradizione cristiana lo attribuisce direttamente al saggio e mitico re Salomone.

La Divina Sapienza è raffigurata al centro dell’affresco come una donna seduta in trono; alle sue spalle splende il sole dell’alba; nella mano destra regge uno scettro con l’occhio di Dio con cui illumina la sfera terrestre, nella sinistra lo specchio simbolo della Prudenza. Sul seno della Sapienza appare un piccolo sole che, insieme alle api che decorano il trono, compongono i simboli della famiglia Barberini.

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L’affresco de ‘La Divina Sapienza’ di Andrea Sacchi

 

La donna è attorniata da undici figure femminili che simboleggiano le sue virtù: la Nobiltà con la corona di Arianna, la Giustizia con la bilancia, la Fortezza con la clava, l’Eternità con il serpente, la Soavità con la lira, la Divinità con il triangolo, la Magnanimità con la spiga di grano, la Bellezza con la chioma di Berenice, la Perspicacia con l’aquila, la Purezza con il cigno, la Santità con la croce e l’altare. Nel cielo appaiono due arcieri alati: il primo sul leone rampante, che rappresenta l’Amore di Dio, mentre il secondo, sulla lepre simboleggia il Timore di Dio.

La Dea dai mille nomi

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La Dea Minerva (I sec. a. C.) – Musei Vaticani

 

La composizione dell’affresco ha come protagonista la Divina Sapienza, impersonificata dalla dea Minerva, l’Atena romana, la Vergine Celeste. Ma né Minerva, né tantomeno Atena, nell’iconografia classica, sono rappresentate sedute su di un trono tra due leoni, bensì in piedi, mentre reggono in una mano uno scudo e nell’altra una lancia.

Chi è allora la figura rappresentata nell’affresco?

I primi decenni del Seicento sono gli anni dei grandi progetti di abbellimento di Roma, degli imponenti interventi edilizi che interessano tutta la città, delineandone il volto barocco che tutt’oggi milioni di turisti possono ammirare.

Durante le operazioni di sbancamento per le fondamenta del Collegio Romano, la sede dell’Ordine dei Gesuiti, riemergono i resti del famoso e immenso tempio di Iside Campense in Campo Marzio, costruito sotto imperatore Caligola (12-41 d.C.).

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La Facciata del Tempio di Iside Campense a Roma

Suscita grande interesse una tavola in bronzo intarsiato, nota come la Mensa Isiaca del Cardinal Bembo (oggi esposta al Museo Egizio di Torino). Il gesuita Athanasius Kircher la studia accuratamente e ne tenta la decifrazione dei geroglifici. La dea Iside è rappresentata al centro della Tavola seduta su di un trono con ai lati due leoni. La stessa rappresentazione della Divina Sapienza dell’affresco del Sacchi.

La Tradizione Egizia riemerge dalle profondità dimenticate del suolo della Roma cattolica del diciasettesimo secolo.

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La Tavola Bembo (Museo Egizio di Torino)

 

La Divina Sapienza nell’affresco è rappresentata nell’atto di illuminare con il proprio scettro la porzione del globo terrestre corrispondente all’area del mare mediterraneo: l’Italia eredita la Tradizione Ermetica proveniente dall’Antico Egitto.

 

Papa Urbano VIII Barberini

 

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Ritratto di papa Urbano VIII Barberini

 Il 19 luglio 1623, undici giorni dopo la morte di Gregorio XV, iniziò il conclave per l’elezione del nuovo pontefice.

L’elezione si delineò particolarmente difficile perché dei cinquantacinque cardinali che parteciparono al conclave, una quindicina erano stimati papabili.

Dopo diciassette giorni di inutili scrutini e mentre diventava insopportabile l’afa estiva accompagnata da una febbre infettiva che si diffuse fra i conclavisti, si concretizzò finalmente un possibile compromesso.

La mattina del 6 agosto si arrivò alla quasi unanime elezione del cardinale Maffeo Vincenzo Barberini. Immediatamente dopo il conclave però, Urbano VIII fu colpito, per molte settimane, dalla stessa malattia infettiva di cui, di lì a poco, morirono quasi quaranta dei cinquantacinque conclavisti.

Il papa teme per la sua vita a causa delle predizioni astrologiche circa la sua morte in coincidenza di un eclissi solare. La Spagna, da cui arrivano tali predizioni, aveva già inviato a Roma una delegazione di cardinali affinchè fossero preparati al prossimo conclave. Secondo tali profezie il papa sarebbe dovuto morire sotto gli influssi delle eclissi lunare del gennaio 1628 o di quella solare del dicembre 1828 oppure infine durante l’eclissi solare del giugno 1630.

 

Tommaso Campanella e la magia ermetico-astrologica

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Ritratto di Tommaso Campanella

 

Tommaso Campanella nasce a Stilo, in Calabria, nel 1568. Entra a 14 anni nell’Ordine dei domenicani. La sua indole lo porta, sei anni più tardi, a rifiutare la cultura dottrinale dell’Ordine. Nel 1591 pubblica il suo primo libro, Philosophia sensibus demonstrata, a difesa del naturalismo di Telesio. Il libro gli costa l’accusa di eresia e un anno di carcere. Campanella va a Roma, a Firenze e a Padova, dove conosce Galileo Galilei e ne rimane profondamente colpito. Passa quasi trent’anni di vita tra galere e torture, accusato di sodomia, di eresia e di rivolta contro lo Stato spagnolo.

Nel giugno del 1626 a Campanella accade qualcosa al limite del miracoloso. Per ordine di papa Urbano VIII, viene fatto scarcerare e portato a Roma. Negli anni della prigionia Campanella ha continuato a scrivere e a pubblicare. Il suo libro “La città del Sole” è un best seller conosciuto in tutta Europa. E scrive il trattato De Siderali Fato Vitando ovvero come utilizzare la magia naturale per proteggere da congiunzioni astrali nefaste.

“Sigillarono una stanza per impedire che vi entrasse aria dall’esterno, la tappezzarono con drappi bianchi e la profumarono bruciando aromi. Usarono due lampade per rappresentare il Sole e la Luna e cinque torce per i pianeti. Riunirono pietre, piante e colori connessi con i benefici di Giove, Venere e il Sole e fecero suonare musica gioviale e afrodisiaca” (D.P. Walker, «Campanella e la magia»). Il rito è volto al fine di creare uno spazio rituale, un piccolo cielo propizio costruito all’interno della stanza sigillata in sostituzione del cielo esterno, reale e ostile, in altre parole, magia ermetico-talismanica.

Le cronache raccontano che Tommaso Campanella e papa Urbano VIII si chiusero per mesi, forse per anni, in una stanza speciale per effettuare questi riti magico-ermetici.

Gli sforzi del monaco filosofo sono evidentemente coronati dal successo, dato che papa Urbano VIII Barberini non morì nel 1628 ma nel 1644.

 

Le Interpretazione astronomiche dell’affresco

Alcuni studiosi tra cui George S. Lechner, ipotizzano che l’affresco possa raffigurare una particolare congiunzione astronomica che ebbe luogo all’alba del 6 agosto 1633, giorno dell’elezione a papa di Urbano VIII, ed essere utilizzato come cielo base per officiare le magie talismaniche di protezione per il papa Barberini.

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Il cielo all’alba del 6 agosto 1623

 

Entro il secondo decano del Leone, attorno al 9 di agosto alla latitudine di Roma si verifica un evento astronomico di particolare rilevanza nelle Tradizioni Antiche: la levata eliaca della stella Sirio, evento associato alla rinascita e alla dea Iside. Dopo settanta giorni di “invisibilità” la stella Sirio, risorge immediatamente prima dell’alba. Tale evento nell’Antico Egitto coincideva con le annuali piene estive del Nilo, fonte di vita per quelle popolazioni e con l’inizio del nuovo anno [Robert Bauval, The Egypt Code, Century Books, London 2006, Chapter 2].

 

La stanza dell’affresco della Divina Sapienza del Sacchi può essere la stanza dove avvennero le pratiche magiche condotte da Tommaso Campanella e papa Urbano VIII Barberini? I documenti ufficiali a noi pervenuti non sono precisi, forse volutamente. Ma, ad una più attenta osservazione della composizione dell’affresco, si nota che sono presenti alcune costellazioni zodiacali (la Bilancia, la Vergine e il Leone), alcuni paranatellonta (la costellazione del leone minore e della lepre), ma non vi è stato rappresentato alcun pianeta. Sono presenti, quindi, le cosiddette Stelle Fisse ma non ci sono le Stelle Erranti, “Usarono due lampade per rappresentare il Sole e la Luna e cinque torce per i pianeti”. Questo particolare è un ulteriore indizio per supporre che la stanza dell’affresco della Divina Sapienza possa essere proprio il sito dove si tennero i riti di protezione talismanici.

L’affresco della Divina Sapienza è “La Città del Sole” di Tommaso Campanella?

Tommaso Campanella, nel descrivere la gerarchia di potere della Città del Sole, sembra condurci tra le figure dell’affresco del Sacchi:

Genovese: “un Principe Sacerdote tra loro, che s’appella Sole, e in lingua nostra si dice Metafisico: questo è capo di tutti in spirituale e temporale, e tutti li negozi in lui si terminano. Ha tre Principi collaterali: Pon, Sin, Mor, che vuol dir: Potestà, Sapienza e Amore. […] E poi vi stanno l’offiziali a tutte cose attenti, che nullo possa all’altro far torto nella fratellanza. […] Gen. Di quante virtù noi abbiamo, essi hanno l’offiziale: ci è un che si chiama Liberalità, un Magnanimità, un Castità, un Fortezza, un Giustizia, criminale e civile, un Solerzia, un Verità, Beneficienza, Gratitudine, Misericordia, ecc.”

Il Principe-Sacerdote è identificato dal Sole e i suoi Principi dal Leone (Potestà), dalla donna assisa in trono (Sapienza) e dalla Lepre (l’Amore); infine le Virtù dalle 11 figure femminili.

Tommaso Campanella immagina il regno di Urbano VIII come la realizzazione della Città del Sole sulla Terra e il papa, il cui personale simbolo era il sole, la personificazione degli ideali di filosofi, papi e re della sua comunità utopistica.

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La Città del Sole

Il destino sembra giocare a favore di questa visione. Tommaso Campanella occupa ora una posizione di estrema influenza negli affari del Vaticano. Il mago-filosofo, infatti, è completamente riabilitato da papa Urbano VIII dalle sue accuse di eresia, e non solo. Propone al monaco dominicano di fondare il Collegio Barberini e di dirigerlo. Gli stessi detrattori domenicani di Campanella gli conferiscono il titolo di Magister Theologiae.

Alcuni ambienti del Vaticano, però, dopo aver dato alle stampe per la Reverenda Camera Apostolica i sei libri di un vecchio trattato campanelliano di astrologia, fanno giungere come septimus liber proprio il trattatello preparato per i rituali svolti nel Quirinale.

A complicare le cose giunge la notizia di una imminente richiesta di estradizione da Napoli, a seguito delle dichiarazioni di Tommaso Pignatelli. Domenicano e discepolo di Campanella negli anni del carcere napoletano, immagina di liberare il regno dalla dominazione spagnola. Sarà condannato a morte e, dopo essere stato torturato, confesserà una complicità del monaco mago, tenterà di ritrattare ma non ne avrà tempo perché verrà ucciso in carcere. Papa Urbano VIII rifiuta la richiesta di estradizione spagnola ma Tommaso Campanella è costretto a fuggire da Roma nel 1634.

E’ davvero tutto finito?

Nel febbraio 1635 il cardinale Richelieu riceve Tommaso Campanella a Parigi, complimentandosi e assicurandogli un vitalizio. Re Luigi XIII e sua moglie, la regina Anna d’Austria sono sposati da quasi vent’anni senza aver dato alla luce l’erede al trono. Nel 1637 Tommaso Campanella profetizza la nascita dell’erede, del “Roi Soleil”, il Re Sole, il re della Città del Sole, dalla quale regnerà sul mondo intero.

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Statua equestre di Luigi XIV raffigurato come Alessandro il Grande, di Bernini al Louvre, Parigi

Sorprendentemente, la previsione improbabile della nascita del ‘Re Sole’ effettivamente si realizza il 5 Settembre 1638 quando Anna d’Austria dà alla luce un bambino che, per una strana sincronicità, nasce proprio nel giorno del compleanno del monaco calabrese.

Passeggiata tra Simboli e Stelle

Nel decidere l’incipit di questo brano ero indeciso se illustrare in introduzione una mini-lezione di astronomia (terra, sole, pianeti, sistema solare, costellazioni) oppure procedere seguendo la Tradizione, presentando un simbolo e proponendo qualche sua interpretazione, legata in particolare all’astronomia. Ho deciso, anche nella speranza di non annoiare (troppo) chi leggerà queste righe, di utilizzare la seconda strada, ritenendo sia la più evocativa.

 

Il Simbolo dell’Infinito – la Lemniscata o Analemma

Come tutti sapranno, il simbolo usato in matematica per rappresentare l’infinito è la cosiddetta Lemniscata.

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La Lemniscata di Bernoulli

La Teoria del Limiti in matematica si sviluppa in un Dominio rettilineo, ordinato, l’asse dei numeri Reali, nel quale ogni elemento ha una posizione ben definita all’interno della “gerarchia” di questo asse direzionato. Il numero -1 precede il numero 2,3. Il numero 1.000.000 segue il numero 4.

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La retta reale

La domanda che giustamente ci si può porre è: cosa vuol dire “infinito” e come può venire in mente di rappresentarlo come una specie di “otto rovesciato”?
Come si può definire il concetto di “infinito”? Un primo tentativo di definizione potrebbe essere: “un qualcosa di molto grande”. Ma così facendo abbiamo posto l’accento all’estremità destra dell’asse. E “infinetesimamente piccolo”? Il concetto può essere sintetizzato in un’espressione sola con “senza limite”, “non limitato”. Qualcosa che “non abbia un inizio e non abbia una fine”.
Il fenomeno ciclico è un esempio di “qualcosa che non ha un inizio e una fine”. E la figura geometrica della Lemniscata (a Analemma), con i suoi due “rigonfiamenti laterali” e il suo punto di incrocio centrale, riesce a rappresentare bene il concetto di “qualcosa di estremamente piccolo” che tende ad “annullarsi” per divenire qualcosa di “estremamente grande”.
La domanda che si pone ora è: ””Esiste in Natura qualcosa che, osservato, ha la forma geometrica dell’Infinito?” La risposta a questa domanda è: Il Sole, la stella da cui il nostro pianeta riceve la luce e il calore che permettono l’esistenza della vita!
L’analemma infatti è il nome dato alla figura che rappresenta il percorso compiuto dal sole attraverso il cielo in un anno quando è fotografato esattamente alla stessa ora e posizione durante il giorno. Sovrapponendo le immagini ottenute si ottiene questa figura:

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Foto di Ayiomamitis Anthony

Questa foto è un bellissimo esempio di analemma, il risultato degli sforzi e degli scatti fotografici eseguiti durante tutto l’anno 2004 da Ayiomamitis Anthony in Grecia.
Il fenomeno è il risultato di una combinazione tra l’inclinazione di 23,5 gradi dell’asse della Terra e la sua orbita leggermente ellittica, questi due fattori si combinano per generare la figura a forma di otto.
Ritengo importante concludere queste righe sottolineando quel “qualche interpretazione dei simboli” che ho posto come introduzione, perché, usando le parole di Oswald Wirth: “Un’immagine può sempre essere considerata da un’infinità di punti di vista e ad ogni pensatore è consentito scoprire un significato conforme alla logica delle proprie concezioni. Le immagini infatti sono destinate a risvegliare le idee assopite nel nostro intelletto. Esercitando una suggestione sul pensiero, lo stimolano ed in tal modo portano alla luce le verità sepolte nella profondità del nostro spirito.”

(Sandro Zicari)